A riconoscer lo sgomento

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Che le cose siano andate così è imbarazzante, ma così è come ormai sono andate. Da qui in poi, provare a raccontarle senza dargli la forma del riscatto è l’unica operazione che credo si possa compiere.

I fatti in questione sono realmente accaduti nella notte tra sabato e domenica, in una via di Milano mediamente trafficata.

All’inizio di tutto ci siamo noi in macchina che intravediamo la seguente scena: una donna cerca di accelerare il passo, ma subito rimbalza all’indietro, afferrata per i capelli da un uomo che le sta alle spalle.

La scena si è svolta ai bordi della nostra visuale, mentre sfrecciavamo sulla strada, quindi ci chiediamo: abbiamo visto bene?

Così accostiamo per guardare nello specchietto retrovisore: a un centinaio di metri da noi, ora, c’è una sagoma femminile, ferma in mezzo al marciapiede; la sovrasta un uomo che agita le braccia. Cosa dobbiamo fare? Sono due fidanzati che stanno litigando? E, se anche lo fossero, lui ha già superato quel limite che prevede che qualcuno faccia qualcosa?

Mentre ci poniamo queste domande, vediamo lei tentare di sottrarsi all’incalzamento di lui, gettarsi sulle strisce pedonali, così che una macchina inchiodi e poi li superi suonando il clacson, mentre lui, a questo punto, l’ha già afferrata per un braccio e ributtata sul marciapiede.

Ci guardiamo. Cosa dobbiamo fare? Che numero ha la polizia? I carabinieri? No, aspetta, ché forse adesso stanno parlando. Forse stavano solo litigando come capita a tutte le coppie. Aspetta, aspetta, ché stanno passando dei ragazzi. No, niente. Tirano dritto. Sono andati oltre. Sul marciapiede quei due sono soli, e lei ancora sta tentando di smarcarsi ma lui le resta parato davanti, la tiene per un braccio, le indica un’automobile parcheggiata. E io sono certo che prima l’avesse trattenuta per i capelli, non ho visto male. No: quelli non stanno litigando come capita a tutte le coppie, lei è terrorizzata. Quindi? Cosa facciamo?

A questo punto, la sagoma di lui dà una sberla in faccia a lei. Okay, dài, basta girarci intorno, per prima cosa chiamiamo la polizia, poi vediamo. Ah, certo, chiami la polizia e dici che in mezzo a Milano hai visto dare una sberla? Quelli ti ridono in faccia.

Nel frattempo abbiamo percorso il controviale, così ci siamo portati a pochi metri dalla scena. Lei è ancora sul marciapiede, ritta, in piedi. Lui a pochi centimetri dal suo corpo. Le sta addosso come se l’avesse braccata e spinta con le spalle al muro, anche se dietro non ci sono muri, ma lo spazio aperto di un parco. Sono entrambi dei quarantenni, vestiti con lo stesso le stile. Sembra evidente che si conoscano, d’istinto viene da pensare che siano addirittura usciti di casa insieme. Ma lei è spaventata, se stanno litigando la cosa non sta avvenendo alla pari: lei vorrebbe allontanarsi da lui, lui glielo impedisce e le indica la macchina.

Senti, proviamo a scendere. Proviamo a metterci lì vicino, magari altre persone romperanno l’imbarazzo, forse basterà far sentire una presenza intorno alla scenata perché la scenata si sgonfi.

In effetti, non appena scendo dall’auto altre persone si avvicinano. In tutto ci troviamo a essere quattro ragazzi (lo preciso: quattro maschi). Lui si accorge della nostra presenza, dice qualcosa come Vi ringrazio, apprezzo, è la mia compagna da dieci anni, adesso torniamo a casa, apprezzo. Se vuole rincuorarci, gli esce molto male, perché sembra una minaccia. Ha gli occhi furiosi, il corpo che non riesce a rimanere fermo. Chissà se è per lo stato d’animo che lo stravolge, se perché è grosso e con i capelli rasati, ma sembra un personaggio di Gomorra.

A quel punto, ci ha dato le spalle e si è appoggiato con la testa a lei. Fronte contro fronte. Le sta parlando a bassa voce, a denti stretti e, forse per la rabbia trattenuta, la voce gli esce a sibili.

Noi cosa dobbiamo fare? Cosa sta succedendo? È ridicolo, a raccontarlo adesso, ma a me viene da rivolgermi a quello che nel gruppo sembra il più aggressivo. Un ragazzo robusto, con le mani appoggiate alla cintura e la coppola portata bassa sugli occhi. Io non ho idea di cosa fare, gli confesso. Lui risponde: al momento niente, guardiamo e vediamo che non le metta le mani addosso.

Le voci dicono che qualcuno, forse dalle case, forse dal parco, ha chiamato la polizia, lo hanno già identificato con la targa e ora stanno arrivando. Così restiamo a guardare. Teniamo i nostri otto occhi incollati a quelle due sagome immobili in mezzo al marciapiede. Passano i secondi, i minuti forse, e le posture di tutti accumulano lentamente violenza senza che nulla si muova: lui incombe su di lei; noi gli stiamo intorno.

Il punto è che è tutto un bluff. Li guardiamo come se li stessimo tenendo d’occhio e fossimo pronti a intervenire, ma è evidente che per ognuno di noi guardare è l’ultimo tratto in cui sappiamo cosa fare, l’ultimo momento al di qua del limite che separa il mondo che ci è familiare e in cui siamo competenti, dal mondo che abbiamo visto nei film, o sentito al telegiornale.

Passano così altri secondi e di nuovo altri minuti. Io sento che le mani iniziano a tremarmi e devo incrociare le braccia perché non si veda. Noto che è la stessa postura che hanno assunto gli altri. Le mani di lui, invece, ora salgono sulla faccia di lei, accennano un pizzicotto, poi un altro e, infine, quello che esce è uno schiaffo: trattenuto, senza slancio, non fa neanche rumore e non le smuove la testa e il collo, ma ha chiaramente il significato di uno schiaffo e l’effetto di mostrarci quanto lei stia subendo quella situazione senza poter reagire. Il limite è stato superato, sotto ai nostri occhi. OH, grida qualcuno di noi, qualcun altro fa NO, NO! e avanziamo di un passo, ma a quel punto lui si mette a gridare che sta solo litigando con la sua compagna e vuole che gli altri si facciano i cazzi loro perché se gli rompiamo i coglioni lui è campione di chissà quale arte marziale ed è in grado di ammazzarci tutti, il che probabilmente è una cazzata detta da un violento che ha perso la ragione, anzi è proprio una frase del cazzo detta da un uomo del cazzo, che in dieci anni che è fidanzato non è stato buono di scongiurare l’arenamento in quest’ultima spiaggia, in queste spalle al muro di tutti che ora stanno scoppiando in mezzo alla strada e coinvolgono la donna che ama e degli sconosciuti che si sono fermati. Ma mentre lo dice ha caricato quello con la coppola, gli ha messo la testa contro la sua, gli ha gridato che lui è il primo a farsi male e quello si trova scaraventato indietro e subito dice qualcosa come che nessuno vuole fare male a nessuno, che vogliamo solo stare tutti più calmi, ma ormai non ha senso dire niente, perché se anche stiamo ripetendo i nostri NO, NO! o i nostri OH! lui, appunto, ci ha messo con le spalle al muro, ha stabilito che le regole del gioco da questo momento in poi sono definitive e dettate da lui, e così il gioco è smascherato: o si fa con la violenza o non si fa, quindi se vogliamo proseguire dobbiamo aggredirlo, essere quel tipo di persone che hanno l’istinto di scaraventarsi su uomo, l’istinto sì, perché la cattiveria mica la decidi con la testa a un certo punto, mica la accendi e poi la spegni, la cattiveria ti scatta o non ti scatta e devi essere uno a cui scatta per scagliarti corpo a corpo su qualcuno una notte, in mezzo alla strada per bloccarlo a terra, o farlo scappare, o prenderle fino a risvegliarti all’ospedale ma almeno dire che hai fatto qualcosa, o non so cosa, non so davvero cosa…

È imbarazzante che sia andata così. Ma mentre ognuno di noi resta inchiodato sul confine di quel limite, a dimenarsi dentro se stesso senza trovare l’istinto di superarlo, quello indica la portiera alla ragazza e lei, a questo punto, accenna a salire. Se vogliamo agire, questo è l’ultimo momento in cui possiamo farlo.

E non lo facciamo.

Ribadiamo i nostri NO! NO!, i nostri OH! come se realmente credessimo di essere adeguati alla situazione, di essere incisivi, come se non avessimo capito che l’unica cosa che realmente servirebbe è superare quel limite e essere il tipo d’uomo che mena le mani, ma che noi non siamo disposti a farlo.

Una signora sui sessant’anni scende dalla sua auto, raggiunge la ragazza e dal finestrino le chiede se è sicura di voler tornare a casa con lui. Altrimenti potrebbe accompagnarla lei, aggiunge. No, dice con gli occhi la ragazza, tornerà a casa col compagno, è a posto così. È il sigillo definitivo sul grande bluff che stiamo inscenando. Lei ha acconsentito, quindi non è una vittima, così lui che ora mette in moto non è un tormentatore e noi, noi che osserviamo la macchina scomparire, non siamo degli osservatori inetti.

Finisce così. Con noi che ci troviamo su quel marciapiede intorno all’una di notte, con altra gente che ora inizia a scendere dalle auto e ad avvicinarsi. Chi commenta, chi spiega cosa avrebbe fatto se solo fosse stato più vicino. Ci rincuoriamo l’un l’altro ripetendoci quello che ha detto la polizia all’ultima chiamata. Hanno il numero di targa, sanno già il nome di lui. Una volante gli è alle calcagna, figurarsi, non faranno mica tanta strada.

Ma non è questa consapevolezza ad aver influito sulla nostra condotta. Piuttosto è stato lo sgomento. Non eravamo in grado di superare quel limite e non l’avremmo superato neanche se la polizia non fosse esistita. Forse l’avremmo fatto se avessimo visto la violenza esplodere, allora forse sì, chi lo sa, forse in quel caso ci saremmo tuffati su quell’uomo e poi, a cose fatte, avremmo ragionato sulle conseguenze. Ma sta di fatto che la ragazza sulla macchina non voleva salire e alla fine è salita, sotto il nostro sguardo. Sta di fatto che il gioco lo ha deciso l’uomo del cazzo, con le sue modalità da uomo del cazzo, e noi non abbiamo saputo fare niente.

Perché racconto questa vicenda? Perché mi vergogno. Perché come uomo (diciamolo pure: come maschio) ho spesso disquisito di violenza sulle donne al bar, o tra gli amici e ho sempre misurato perimetri e tirato somme, ma fondavo i miei teoremi sulla prospettiva di un Me che credevo meno inadeguato. Un Me che si poneva al di qua dello sgomento.

Come autore, nel mio piccolissimo, ho parlato di violenza sulle donne usando tutte le forme di aggressività verbale che avevo a disposizione: l’ironia, la provocazione, la sfacciataggine, il paradosso… – in generale, ho sempre usato tutta la mente lucida e la lingua lunga che potevo usare. Ora penso che se quella sera avessi mantenuto il controllo su un solo decimo della mia mente lucida e avessi schiodato anche solo metà della mia lingua lunga, quella ragazza non sarebbe salita su quell’auto e, di colpo, tutte le mie parole di prima mi sembrano falsa moneta. Spero di continuare a usarne, a trovarne di nuove aspirando a quella sfacciataggine di riflessione, ma in un modo che comprenda anche la consapevolezza dello sgomento, che riparta dall’inadeguatezza, che riconosca la vergogna.

Questo è quel che mi sento di mettere sul tavolo del dibattito, nel giorno in cui si parla di Violenza sulle Donne. Spero possa servire alla riflessione.

Philippe Petit e Louis CK (o Della caduta)

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Per il mio amico Francesco (il nome è inventato, perché Francesco è una persona piuttosto schiva), il giorno più emozionante di tutta la storia dell’umanità è il 7 agosto 1974. Quella mattina, intorno alle 7 e 15, una folla di persone si radunò ai piedi del cantiere delle Torri Gemelle, indicando un pazzo sospeso a 400 metri d’altezza che, senza nessuno strumento di sicurezza, si apprestava a camminare nel vuoto su un filo d’acciaio.

Dovreste vederlo, il mio amico Francesco. Quando parla di Philippe Petit i suoi occhi si velano di lacrime. Mentre lo racconta, ha realmente la pelle d’oca e ad ogni passaggio mi batte la mano sul braccio, come se ogni volta realizzasse daccapo quanto sia stata grande l’impresa. “Il filo era lungo 60 metri, ti rendi conto?”, balbetta, “Sessanta metri che ondeggiavano nel vento, e lui lo ha percorso otto volte! Otto volte avanti e indietro: con gli uccelli che gli schizzavano a pochi centimetri dalla testa, la polizia che lo minacciava dai cornicioni, la gente là sotto che tratteneva il respiro e la sua vita… – la sua vita che ad ogni passo poteva restare in cielo come precipitare nel vuoto, ti rendi conto?”

In tutta onestà, io questa sua passione non l’ho mai capita. Francesco non va mai al circo, se vede un artista di strada tira dritto e, in generale, non ha nessuna ammirazione per chi porta la precisione nell’uso del corpo a risultati sconvolgenti. Così un giorno glielo ho detto. Ero talmente esasperato dalla sua richiesta di guardare per l’ennesima volta una raccolta fotografica della traversata delle Twin Towers, che ho dovuto chiederglielo: “Cosa mai ci trovi di così straordinario?” Lui mi ha guardato sconvolto, come se gli domandassi l’ovvio. Poi ha risposto che la mattina del 7 agosto 1974, un sacco di persone di New York arrivarono in ritardo al lavoro. “È comprensibile”, ha detto, “un uomo che cammina sul filo costringe tutti a sospendere tutto. Si fermano gli orologi, i cuori, i litigi, i corteggiamenti, i lavori. La catarsi è così totale che quando quell’uomo riporta i piedi sul solido e tu riprendi a respirare, tutto il mondo ti sembra stralunato: stravolto dalla prospettiva aerea. È una cosa grande, camminare sul filo”.

Quando Francesco mi ha detto così, l’ho capito. Se per lui Philippe Petit è tutto questo, allora io devo dire che il mio Philippe Petit era Louis CK. Per esempio quella sera di primavera del 2015, quando camminò sul filo nella puntata di chiusura del Saturday Night Live. Iniziò raccontando di John Baptist, il pedofilo che abitava nel suo quartiere quando era bambino, stava spiegando come approcciava gli adolescenti (“Vuoi venire con me al Mc Donald’s? No? Non ti piace Mc Donald’s?”), quando d’un tratto guardò il pubblico e, come se il pensiero gli fosse nato d’improvviso, domandò secco: “Per un pedofilo, quanto deve essere bello molestare un bambino?”

 

Per me fu un brivido. Di colpo vidi il mio Philippe Petit posare i piedi su un filo a 400 Stars visit Camp Arifjanmetri d’altezza, senza sicurezze (e il mio Philippe Petit era pure grasso, di mezza età e scoordinato). Lui ne era consapevole e infatti subito aggiunse: “Sto camminando sulle uova, lo so”. Dopodiché fece più o meno questo ragionamento: la cosa che a me piace di più al mondo è il bounty, ma se mi dicessero che se venissi beccato a mangiarlo pagherei quello che paga un pedofilo dopo la condanna, io rinuncerei subito a mangiare il bounty; visto che invece i pedofili insistono a molestare i bambini, allora mi chiedo quanto debba piacergli farlo.

Ha usato proprio queste parole, il mio Philippe Petit: camminare sulle uova. Solo allora mi sono reso conto di quanto camminare sulle uova sia una formula molto più poetica di camminare sul filo, o anche di camminare sui pezzi di vetro. Santo cielo! Quanta precisione, e pulizia? Quanto auto-dominio e quanta leggerezza interiore ci vogliono per mettere il proprio corpo sulle uova, farci le proprie acrobazie e infine scendere, lasciandone intatto il guscio, l’albume, fino al cuore rosso del tuorlo? E poi – poi, quanto è poetica l’affermazione implicita che, in mezzo a tutto, esistano ancora dei tuorli da proteggere?

Louie ce l’aveva fatta. Era riuscito a sospendere i battiti del mio cuore e, in quello stato di naso all’insù, mi aveva fatto avvertire quanto dev’essere schiacciante la disperazione di un pedofilo e quale fortuna (è atroce che, non di talento, ma di fortuna si tratti!) sia, invece, essere nati tra gli uomini i cui desideri non implicano abusi e autodistruzioni. Perché alla fine di quella discesa negli inferi della condizione umana, l’immagine più forte era quella del bounty: un’immagine che strappava allo stomaco risate puerili, che mostrava un Oliver Hardy rossiccio e sboccato, con la bombetta troppo piccola e il sorriso gigione, qui intento a interrompere la lettura del giornale per portarsi le mani alla bocca e mugolare di piacere a causa dell’abbinata cioccolato e cocco.

Ancora adesso, quando parlo delle sue acrobazie, io balbetto. C’era qualcosa di struggente in quelle piroette sui cuori rossi delle uova. Erano operazioni così precise, governate da un auto-dominio (tecnico ed emotivo) talmente ferreo, che davano la sicurezza per calare nel sottosuolo dell’umanità con il bisturi severo di Dostoevskij e poi di risalirne con il coraggio scanzonato di Mark Twain. TA-DAH!, il ciccione sboccato torna a terra e i gusci sono ancora interi!

Di tragedie, si trattava. E nel senso più autentico del termine: la catarsi comportava il prezzo che paga ogni folla quando mette un uomo sul filo, o un capro sull’altare, ma qui il sacerdote che affonda la lama e la bestia immolata coincidevano. Louie era al contempo creatore e vittima di una trappola di slapstick delle più micidiali, in cui le batoste, le secchiate d’acqua, le padellate in testa e i calci in culo scrosciavano sempre, e solo, sulla sua coscienza isolata. Erano i calci in culo di tutti, intendiamoci, ma su quel palco li prendeva solo lui. Come quando al Beacon Theater si mise a parlare di egoismo, lamentando quanto questa sia una civiltà terribile in cui le persone (caratterizzate nel monologo con una voce lagnosa e insopportabile) sanno cosa servirebbe fare per far funzionare meglio le cose, ma ritengono di non poterlo fare se ciò comporta la rinuncia alla loro cosa preferita, fosse anche la loro seconda cosa preferita. La civiltà, appunto: è la città intera ad essere corrotta. Ma nel monologo del Beacon, di agnello, ce n’è uno solo: Louie, che come uno stronzo di prima categoria noleggia un’auto e poi l’abbandona a pochi metri dall’agenzia, correndo a prendere il volo per sistemare i propri affarucci e, a quel punto, maltrattando al telefono il povero impiegato della Hertz che cerca di salvare la situazione. Il ragionamento dello stronzo è messo a nudo: “Ho capito che potevo farlo, quindi l’ho fatto. Vorrei essere un uomo migliore, ma col tempo peggioro.”

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Forse la formula camminare sulle uova ha qualcosa in comune con quella di arrampicarsi sugli specchi. Il mio Philippe Petit era un mostro di talento a contorcersi con goffaggine e inadeguatezza per non precipitare su una scenografia lucida che proiettava ogni dettaglio imperfetto della sua figura. O, ancor di più, con l’immagine di vivere sugli alberi. Vicino alla società, ma dalla distanza, come una coscienza inevitabilmente condannata a una certa separatezza, conscia che questo è il prezzo da pagare affinché il gioco funzioni: l’isolamento, perché, come scrisse qualcuno a proposito di Cosimo Piovasco di Rondò, l’ironia è figura retorica della distanza. Ci vuole un gran coraggio, per accettare l’isolamento senza riscattarlo con l’auto-compiacimento della tragedia, ma piuttosto sottoponendolo alla pressione insopportabile di essere isolamento goffo, inadeguatezza, come sembra raccontare il maggiore topos delle sue tragedie: l’onanismo sfrenato.

C’è uno sketch particolarmente chiaro. In un programma televisivo viene allestito un dibattito sulla masturbazione. Da una parte c’è una giovane, e carina, attivista di un movimento religioso; dall’altra, Louie: i pochi capelli arruffati, il corpo segnato dalla mezza età e sotto al suo volto l’etichetta devastante: “Louis CK, persona che si masturba molto”. Con una battuta, il presentatore accenna alla molla che dà carica tragica allo sketch: “Vedi Louie, non è stato facile trovare qualcuno che si assumesse questo ruolo”. A parte ciò, almeno per una volta la partita sembra aperta, perché la ragazza è talmente stucchevole e bigotta che le provocazioni di Louie si muovono con baldanza, precisione, gloria. Dissacrano lei, Dio e tutta la storia degli uomini, compresi Shakespeare e Gandhi. Per una volta, stiamo per pensare, il capro non è lui. Finché la ragazza non gli chiede: “E da uomo solo, sei felice?” SDENG! Lo slapstick ricade sul povero corpo di Louie. La sicumera si tramuta in balbuzie. Poi la padellata lo tramortisce definitivamente e lo sketch si conclude con quella che sembra una citazione del vecchio topos di Stanlio: il primo piano di un volto piangente, che però questa volta riguarda uno Stanlio privo di innocenza, al quale non è consentito singhiozzare come un bambino, ma solo incassare la testa nelle spalle per rimuginare la propria vergogna nell’attesa di tornare a casa e lasciarsi andare a quella solitudine ormai denudata.

E ora, cosa è successo a Louie? Di colpo abbiamo sentito CRACK e ci siamo trovati di fronte al rosso sparso sul pavimento, ai suoi piedi macchiati, e lui è lì, che ancora incassa louie4le spalle ma, questa volta, parla: “Non c’è niente di tutto ciò che mi perdoni”. Non può essere. Il suo nome non può comparire nelle stesse sezioni dei giornali in cui si parla degli scandali di Hollywood, di quei maschi onnipotenti e arroganti che suscitano l’odio che nei monologhi di Louie suscitavano gli egoisti. In effetti, la questione è più sottile, la caduta (che c’è stata, e fa un gran male scriverlo) non è avvenuta da un trono, ma da un filo: “Il potere che avevo su quelle donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere”. Lo ha scritto in una lettera aperta che sembra la sintesi contenutistica di tutta la sua produzione: impietosa, priva di ogni auto-indulgenza, ma anche struggente nello sforzo di salvare i pochi tuorli che, forse, ancora non sono andati distrutti. “Ho passato la mia lunga e fortunata carriera dicendo tutto quello che volevo, ora farò un passo indietro e mi prenderò del tempo per ascoltare.”

I passi indietro, sul filo, sono difficilissimi. Come lo sono sulle uova, sulle pareti di specchi e sui rami degli alberi. Perché se l’ironia è figura retorica della distanza, ora che si è rotto il giocattolo retorico il sacrificio di quel capro smette di essere esilarante. Se Stan Laurel sta piangendo sul serio, allora non è più Stanlio, ma Edipo, alla meglio Amleto. Ora che la maschera di Louie è cambiata, di colpo ci aspettiamo un altro finale: ascoltandolo, speravamo di trovarci aggrappati finalmente a una mongolfiera e librarci in cielo, adesso sappiamo che non succederà, perché quello che avverrà, se avverrà, sarà a partire dal capitombolo, dalla caduta nel vuoto, sarà secondo le leggi della gravità.

A costo di svelare sul finale il senso, ovvio, della metafora, il punto è che la produzione artistica di Louis CK era creazione autenticamente umanistica. Al centro c’era la condizione umana: le sue miserie, le sue possibilità. Ora che il portatore di quella ricerca sta precipitando, cosa sarà di quei contenuti?

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Lettera a Domenico, amico denunciato per Istigazione a disobbedire alle leggi

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Caro Domenico,

ti scrivo questa lettera dopo – quanto? Forse è passato un anno, forse addirittura di più dalla discussione che abbiamo avuto. Non so nemmeno se ti farà piacere riceverla… Pensa: pur di partire col piede giusto ti chiederei scusa e ti direi che probabilmente, allora, fui troppo rigido, e che di certo in parte avevi ragione tu, se non fosse che non ricordo nemmeno più per cosa avessimo discusso. I limiti della non-violenza? La necessità dell’attivismo? Politica, questo è certo. Ma le nostre discussioni politiche, a me, hanno sempre lasciato un bruciore sotto la pelle che non provavo nelle discussioni con altri. Un senso di inadeguatezza a cui non sapevo dare un nome, di quelli che ti tengono sveglio la notte a rimasticare ogni parola detta e ricevuta, a smontare e rimontare ogni argomento fino a rendere irreale il fatto iniziale che aveva scatenato tutto. Così abbiamo lasciato perdere. Tu per la tua strada, io per la mia. A volte, tra le mille cose, mi capitavano davanti le tue opinioni e le tue battaglie e ogni volta pensavo la stessa cosa di sempre: che ero d’accordo su tutto, tranne su un punto, e sapevo che quel punto avrebbe riacceso discussioni interminabili e bruciori sotto la pelle e senso di inadeguatezza, così, di nuovo, lasciavo perdere. Chissà se anche per te è stata così…

Poco fa ho saputo che qualcosa è successo. Tu, insieme ad altri attivisti, per quelle opinioni e per quelle battaglie sei stato denunciato. Hai un’accusa di “istigazione a disobbedire alle leggi”. Non ho idea di come vadano queste cose, ma immagino un obiezione-di-coscienza1.jpgcampanello che suona, degli uomini in divisa sulla porta, delle buste colorate piene di parole fredde ma brucianti, e poi palazzi e scale e code e avvocati e la mente che si perde a misurare quello che hai e quello che rischi. Nel tuo caso, il tuo posto di professore. Quello con cui guadagni il pane per te e per la tua famiglia. Immagino tutto questo, Domenico, e mi sento di nuovo quel bruciore sotto la pelle, la notte lunga e piena di pensieri da masticare e rimasticare, quel senso di inadeguatezza.

Perché quello che ti sta accadendo mi ferisce così?

Per la stessa ragione per cui, ora lo vedo, mi feriva così discutere con te. Proprio perché le tue opinioni, tranne su un punto, sono quasi sempre del tutto uguali alle mie e quel punto, qualunque esso sia di volta in volta, è nulla di fronte all’impegno immenso che, per me e per te, significano quelle opinioni. Un impegno immenso, sì. Delle belle bandiere che per poter essere portate richiedono ogni giorno un prezzo da pagare, degli ideali di fronte ai quali essere all’altezza: la campana che suona e noi che ogni volta non sappiamo se saremo presenti o assenti, coraggiosi o egoisti, onesti o vili. Capisci come mi sento, Domenico, nello scoprire, ora, che per quelle idee così simili alle mie tu hai una denuncia per “istigazione a disobbedire alle leggi” e io sono qua a scriverti dalla mia postazione tiepida, di pensatore al riparo da ogni conseguenza?

Tu lo sai, lo hai sempre saputo, che le belle idee, se portate senza pagarne di persona il prezzo, producono solo brutte pratiche. Conformismi, solo nominalmente diversi dai conformismi prodotti dalle brutte idee. Barbe e tatuaggi simili, al massimo qualche obiezione di coscienza 4.jpglettera generica ai giornali. Tu lo sai, e lo hai sempre saputo, che le belle bandiere sono pesantissime da portare. Lo so anch’io, Domenico, anche se forse non mi crederai, ma di fronte al processo che subirai per “istigazione a disobbedire alle leggi” non riesco a non chiedermi cosa proverei, se fossi al tuo posto e a non concludere che l’ipotesi di essere al tuo posto è il privilegio di chi al tuo posto non è. Un’acrobazia intellettuale. Una bella bandiera portata senza peso. Perché io, al tuo posto, non sono. Io sono in casa mia, Domenico, tra i libri di Socrate, di Gandhi e di Pasolini. Mentre tu sei al posto di Socrate, di Gandhi e di Pasolini: tra quelli che, senza aver – non dico: torto un capello a un cristiano, ma anche solo graffiato un muro in un parchetto, vengono condotti a processo per “istigazione a disobbedire alle leggi”. E io dove sono? Soffrendo, rimuginando la notte, ma sono tra quelli che, con la testa piena di belle idee, vivono dietro a brutti conformismi.

Quanti siamo, Domenico? Non dico io e te. Io, in quest’occasione, mi trovo con gli altri diversi da te. Tra quelli al riparo, tra i vili. Tu che ci vedi dall’altra parte, dimmelo: quanti siamo, noi vili? Quanti, dopo la morte di Stefano Cucchi, hanno urlato sui social quello stesso slogan per cui ora dei giovani andranno a processo? In quanti siamo a lasciare soli quei pochi ragazzi che saranno processati per aver affermato ciò di cui, noi stessi, ci siamo riempiti la bocca? In quanti siamo, Domenico, ad aver gonfiato fino a simbolizzarle battaglie tiepide, ai limiti del necessario, riempiendo piazze e giornali, mentre battaglie bollenti e sacrosante vengono ignorate fino a desimbolizzarle del tutto, fino a ridurle a questione privata, di pochi, lasciati soli contro tutti? Abbiamo organizzato raccolte firme contro il tweet di un consigliere, o fatto del divieto di suonare all’aperto una questione di libertà d’espressione. Io c’ero Domenico, ero tra questi battaglieri. E ora mi chiedo se avrò la forza di esserci anche questa volta, in cui i significati civili non devono essere aggiunti dai social, né enfatizzati dal passaparola, perché essi già ci sono e mai sono stati così tangibili, così bollenti. Questa volta in cui i fatti e i simboli già coincidono. Tu che sei dall’altra parte, Domenico, dimmelo: che faccia ho, io, in mezzo a tutti gli altri?

Ripenso alla manifestazione che ti ha provocato la denuncia. Io non partecipai. Per la solita, vecchia ragione: che ero d’accordo con te su tutto, tranne su un punto. Ma ora devo affermare che quel punto è nulla di fronte ai significati che porta con sé una denuncia per “istigazione a disobbedire alle leggi”. Cosa significa, istigare a disobbedire alle leggi, in una società di diritto? E chi riguarda? I delinquenti? O tutti? Negli ultimi giorni abbiamo visto i giornali riempirsi di articoli su Bergoglio e don Milani. Quel don Milani che scrisse che l’obbedienza non è una virtù, che fu processato proprio per aver istigato a disobbedire alla legge sulla leva militare. Cosa significa, allora, che oggi qualcuno sta andando a processo per istigazione a disobbedire alle leggi? Con che occhi dobbiamo guardare questa vicenda? Quali valori sono in gioco? Cosa succede se li ignoriamo?

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Pensa a come mi sono ridotto, Domenico: sono andato su google a cercare foto di quel processo, quello a don Milani, per vedere le facce di quelli che stavano dall’altra parte, di quelli non coinvolti. Per vedere se la mia faccia, oggi, è migliore. Non ne ho trovate, così sono condannato a non sapere, a barcamenarmi ancora nel solito senso di inadeguatezza. Ti scrivo, Domenico, perché non lo sopporto più, questo senso di inadeguatezza di fronte agli ideali di cui ho piena la libreria. Ti scrivo perché non voglio che siate lasciati soli a gestire questi valori brucianti, questo impegno immenso. O forse sono molto più egoista. Ti scrivo perché non voglio essere lasciato solo io, a guardarti: perché spero che altri, leggendo questa lettera, possano aiutarmi a capire cosa c’è in gioco e cosa ci è richiesto per essere all’altezza di questo qualcosa.

Un abbraccio, Elia

Dialogo tra Al Baghdadi e un martiriando alle macchinette del caffé

 

pausa

-Scusa, Al! Ti posso parlare un attimo?

– Oh, ciao… ehm… carissimo! Guarda, mi hai preso proprio in un momentaccio.

– E’ da sei mesi che me lo dici, Al. Ma io ho proprio bisogno di parlarti adesso.

-Okay, okay, ma non possiamo fare domani?

-Al, io stasera mi faccio esplodere. Non credo che domani sarò dell’umore.

– …

-Vedi? Non ti ricordavi neanche che oggi mi faccio esplodere…

-Ma no, cosa dici, salame! E’ solo che – che giorno è oggi, giovedì? Ecco, ero convinto che fossimo a martedì. Realizzo adesso che allora non ho neanche fatto gli auguri a Fatima. Sarà inviperita. Per dire, sono settimane di fuoco!

-Al, a me non piace fare polemiche, lo sai. Ma le cose non sono andate esattamente come me le avevate prospettate sei mesi fa. Mi sembrano molto meno, come dire? Molto meno poetiche. Mi avevate parlato di Assoluto. Della Luce che acceca Abramo. Di una Fiammata Totale e Definitiva.

-Be’, certo. E cosa non ti torna in questi minuti in cui sfrigoli come una miccia di dinamite?

-Ecco, vedi… mi sento ridicolo ad averlo creduto, ma… Credevo che l’aveste detto solo a me

-Oh, patata…

-Vedi, Al… Quella mattina, quando mi avete fermato per strada, il tutto aveva una sua poesia. Mi ha fatto sentire speciale. Poi sono arrivato qui e ho fatto tre ore di coda per iscrivermi. Mi avete pure chiesto la ricevuta del versamento. Neanche volessi farmi esplodere senza saldare la tuta nera. Ecco, Al: in quel momento ho guardato i miei sogni e mi sono sentito ingenuo come uno scrittore esordiente nella coda per scrittori esordienti del Salone del libro a Torino.

-Via, adesso stai drammatizzando, Abdelkader!

-Mi chiamo Abderrahim, cazzo, Abderrahim!

-Abderrahim, scusa! Te l’ho detto che sono cotto in questi giorni. Ma non devi essere così negativo, se sei qui è perché Iddio sa che sei una creatura speciale.

-L’avete detto anche a Walyullah. Ed è stupido come una gallina.

-Ma no, dai, Walyullah non è così stupido.

-Per spiegargli quante sono 72 vergini avete dovuto fargli appiccicare tante api su un cartellone. E alla fine ha commentato dicendo: “ellamadonna!” L’altro ieri si è incendiato la barba cercando di accendersi una sigaretta nel forno. I giornali hanno detto che l’attentatore era Zorro.

-Okay, okay, Walyullah non è il Lupin della Jihad, ma questo non deve far sentire svalutato te.

-Ma dio bono, Al, secondo te come si sarebbe sentito Abramo se giunto sul monte Moriah avesse trovato il suo vicino stupido che si sfilava il coltello dal marsupio e gli diceva: “ehy, Abe! Anche tu qui, YUK YUK!”

-Te l’abbiamo già detto: il fatto è che il Signore opera per vie misteriose…

-Più che per vie misteriose, a me sembra che peschi a strascico nelle rogge. E proprio questo è il punto, Al. La non-eccezionalità di questa baracca, il suo essere prosaica come tutto il resto.Il maledetto piattume. Io ero un nichilista, Al. Andare a vedere Star Wars con la maglietta di Obi Wan Kenobi mi sembrava il massimo che si potesse spremere dal senso della vita. Poi voi mi avete dato una ragione. Mi avete fatto vedere una Luce eccezionale. Cruenta e definitiva, d’accordo, ma assoluta. E mi avete detto che era la mia Luce. Era Dio che mi parlava nell’orecchio: a me, Abderrahim! A me non piace fare polemiche, Al, lo sai. Però solo nell’ultimo mese Dio ha parlato nell’orecchio a 19 persone. Non è un Ente Imperscrutrabile. E’ un call center. Per far fronte a tutti questi martiri sta sfornando più vergini che camicie dell’HM. Fino a qualche anno fa, l’idea del suicidio era bella, ma poi avete voluto cavalcare il trend positivo e l’avete massificata, capisci? Ero qui per trovare me stesso, fuori dalla massa, tramite un gesto assoluto per l’Assoluto. Mi ritrovo punto e a capo, nel maledetto piattume. Nella maledetta prosa. Io stasera mi infilerò con un apecar alla sagra dell’oca e la mia ex neanche saprà che sono io.

-Le parlerò di persona, Abdelkader.

-ABDERRAHIM, PORCA TROIA!, SONO ABDERRAHIM!

-Abderrahim, certo, certo… è che ti confondo sempre con tuo fratello.

-MIO FRATELLO SI CHIAMA ABDUL-HASIB!

-Hai ragione, scusa! Bravo ragazzo. Salutamelo tanto!

-MA SE E’ ESPLOSO IERI IN UN PENNY MARKET!

-Scusa, scusa, è vero! Te l’ho detto che sono rimasto a martedì! Eh eh, mi farei esplodere al tuo posto per non beccarmi Fatima stasera! Senti, rimaniamo così. Oggi, alla sagra dell’oca, mandiamo…ehm… coso, quello con gli occhialetti. O quell’altro che starnutisce strano, là. E tu ti calmi un attimo, okay? Ché non mi piace saperti musone nel giorno più importante della tua vita.

-No, no, Al. Oramai mi sono imbottito di Captagon. O faccio una strage in nome di Dio o rifondo i Rolling Stones. Però sia messo a verbale questo: da fuori potrà sembrare un Grande Suicidio, ma la verità è che sono morto dentro. Brillerò, ma con grigiore.

Dialogo tra Al Baghdadi e un martirando alle macchinette del caffé

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-Scusa, Al! Ti posso parlare un attimo?

– Oh, ciao… ehm… carissimo! Guarda, mi hai preso proprio in un momentaccio.

– E’ da sei mesi che me lo dici, Al. Ma io ho proprio bisogno di parlarti adesso.

-Okay, okay, ma non possiamo fare domani?

-Al, io stasera mi faccio esplodere. Non credo che domani sarò dell’umore.

– …

-Vedi? Non ti ricordavi neanche che oggi mi faccio esplodere…

-Ma no, cosa dici, salame! E’ solo che – che giorno è oggi, giovedì? Ecco, ero convinto che fossimo a martedì. Realizzo adesso che allora non ho neanche fatto gli auguri a Fatima. Sarà inviperita. Per dire, sono settimane di fuoco!

-Al, a me non piace fare polemiche, lo sai. Ma le cose non sono andate esattamente come me le avevate prospettate sei mesi fa. Mi sembrano molto meno, come dire? Molto meno poetiche. Mi avevate parlato di Assoluto. Della Luce che acceca Abramo. Di una Fiammata Totale e Definitiva.

-Be’, certo. E cosa non ti torna in questi minuti in cui sfrigoli come una miccia di dinamite?

-Ecco, vedi… mi sento ridicolo ad averlo creduto, ma… Credevo che l’aveste detto solo a me

-Oh, patata…

-Vedi, Al… Quella mattina, quando mi avete fermato per strada, il tutto aveva una sua poesia. Mi ha fatto sentire speciale. Poi sono arrivato qui e ho fatto tre ore di coda per iscrivermi. Mi avete pure chiesto la ricevuta del versamento. Neanche volessi farmi esplodere senza saldare la tuta nera. Ecco, Al: in quel momento ho guardato i miei sogni e mi sono sentito ingenuo come uno scrittore esordiente nella coda per scrittori esordienti del Salone del libro a Torino.

-Via, adesso stai drammatizzando, Abdelkader!

-Mi chiamo Abderrahim, cazzo, Abderrahim!

-Abderrahim, scusa! Te l’ho detto che sono cotto in questi giorni. Ma non devi essere così negativo, se sei qui è perché Iddio sa che sei una creatura speciale.

-L’avete detto anche a Walyullah. Ed è stupido come una gallina.

-Ma no, dai, Walyullah non è così stupido.

-Per spiegargli quante sono 72 vergini avete dovuto fargli appiccicare tante api su un cartellone. E alla fine ha commentato dicendo: “ellamadonna!” L’altro ieri si è incendiato la barba cercando di accendersi una sigaretta nel forno. I giornali hanno detto che l’attentatore era Zorro.

-Okay, okay, Walyullah non è il Lupin della Jihad, ma questo non deve far sentire svalutato te.

-Ma dio bono, Al, secondo te come si sarebbe sentito Abramo se giunto sul monte Moriah avesse trovato il suo vicino stupido che si sfilava il coltello dal marsupio e gli diceva: “ehy, Abe! Anche tu qui, YUK YUK!”

-Te l’abbiamo già detto: il fatto è che il Signore opera per vie misteriose…

-Più che per vie misteriose, a me sembra che peschi a strascico nelle rogge. E proprio questo è il punto, Al. La non-eccezionalità di questa baracca, il suo essere prosaica come tutto il resto.Il maledetto piattume. Io ero un nichilista, Al. Andare a vedere Star Wars con la maglietta di Obi Wan Kenobi mi sembrava il massimo che si potesse spremere dal senso della vita. Poi voi mi avete dato una ragione. Mi avete fatto vedere una Luce eccezionale. Cruenta e definitiva, d’accordo, ma assoluta. E mi avete detto che era la mia Luce. Era Dio che mi parlava nell’orecchio: a me, Abderrahim! A me non piace fare polemiche, Al, lo sai. Però solo nell’ultimo mese Dio ha parlato nell’orecchio a 19 persone. Non è un Ente Imperscrutrabile. E’ un call center. Per far fronte a tutti questi martiri sta sfornando più vergini che camicie dell’HM. Fino a qualche anno fa, l’idea del suicidio era bella, ma poi avete voluto cavalcare il trend positivo e l’avete massificata, capisci? Ero qui per trovare me stesso, fuori dalla massa, tramite un gesto assoluto per l’Assoluto. Mi ritrovo punto e a capo, nel maledetto piattume. Nella maledetta prosa. Io stasera mi infilerò con un apecar alla sagra dell’oca e la mia ex neanche saprà che sono io.

-Le parlerò di persona, Abdelkader.

-ABDERRAHIM, PORCA TROIA!, SONO ABDERRAHIM!

-Abderrahim, certo, certo… è che ti confondo sempre con tuo fratello.

-MIO FRATELLO SI CHIAMA ABDUL-HASIB!

-Hai ragione, scusa! Bravo ragazzo. Salutamelo tanto!

-MA SE E’ ESPLOSO IERI IN UN PENNY MARKET!

-Scusa, scusa, è vero! Te l’ho detto che sono rimasto a martedì! Eh eh, mi farei esplodere al tuo posto per non beccarmi Fatima stasera! Senti, rimaniamo così. Oggi, alla sagra dell’oca, mandiamo…ehm… coso, quello con gli occhialetti. O quell’altro che starnutisce strano, là. E tu ti calmi un attimo, okay? Ché non mi piace saperti musone nel giorno più importante della tua vita.

-No, no, Al. Oramai mi sono imbottito di Captagon. O faccio una strage in nome di Dio o rifondo i Rolling Stones. Però sia messo a verbale questo: da fuori potrà sembrare un Grande Suicidio, ma la verità è che sono morto dentro. Brillerò, ma con grigiore.