Un ricordo di Dario Fo

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Era l’estate del 2015. All’inizio di luglio, i giorni del picco di caldo. Noi eravamo una trentina di persone, più o meno appassionate di teatro, ma non c’era nessun professionista. Quasi per gioco ci eravamo iscritti a quel corso tenuto, tra gli altri, da lui. Tanto per dire: io ero lì perché volevo starmene lontano da Novara dopo una storia d’amore finita piuttosto male. Altri avevano vicende simili.

Lui era già provato dall’età, ci sentiva poco e ci vedeva ancora meno. Verso la fine di un pomeriggio decise di mettere in scena, apposta per noi, un pezzo di Johan Padan a la descoverta de le Americhe. Noi arrivavamo dalla piscina (riscaldata, con massaggio), nel pieno di quel pomeriggio torrido che ci appiccicava i vestiti alla pelle. Probabilmente eravamo ancora provati dal pranzo con buffet, in cui non ci eravamo risparmiati neanche un po’. Lui ci salutò calorosamente, si sedette su una seggiola, si sistemò a fatica un cuscino e iniziò a recitare. Apposta per noi. A distanza di pochi centimetri: poteva guardarci uno ad uno negli occhi, nonostante quasi non ci vedesse. Era come essere seduti al parco con un amico.

Il fatto è che, in quelle circostanze, dovevamo rappresentare il pubblico peggiore che avesse mai avuto davanti. Sembravamo dei vacanzieri appena tornati dalla spiaggia: un po’ cotti dalla giornata, un po’ frivoli come studenti in gita. Era frustrante. Avere lì, davanti, quel capolavoro di mimo, espressione, voce, narrazione, drammaturgia… e non riuscire a goderne. Lui andò avanti per un’oretta, poi venne interrotto da chi gli faceva notare che era pronta la cena. Lo aiutarono ad alzarsi  e noi andammo verso il buffet, mentre lui, a passo lento, ci raggiungeva.

Beh, successe che il giorno dopo ci disse di essere dispiaciuto. Non era riuscito a prenderci, disse ancora. Anche se non riusciva a vederci bene, continuò, aveva avvertito la nostra distanza. Reazioni lente, battute che non producevano effetti. Aggiunse anche che la sera, prima di prendere sonno, si era chiesto dove mai avesse sbagliato. E si scusò: lui con noi. Poi aggiunse che voleva riprovarci un’ultima volta e che sperava potesse funzionare un concerto improvvisato, una cantata collettiva. Aveva chiamato alcuni amici, dei musicisti. Quelli entrarono con chitarre e fisarmoniche e attaccarono a suonare. Pezzi folk, in dialetto, canzoni cubane, vecchi blues, pizziche, Ho visto un re… Dalla sua seggiola, col cuscino che ogni tanto si sistemava, lui improvvisava: mimando con le braccia e tenendo il ritmo della musica con dei grammelot che a tratti sembravano testi cubani, salentini, inglesi… Nell’arco di pochi minuti, ci trovammo tutti in piedi a battere le mani e a ballare intorno a lui. Che finalmente sorrideva, contento.

Non ci metto commenti, penso sia una storia di per sé chiara e mi andava di condividerla.

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