Lettera a Domenico, amico denunciato per Istigazione a disobbedire alle leggi

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Caro Domenico,

ti scrivo questa lettera dopo – quanto? Forse è passato un anno, forse addirittura di più dalla discussione che abbiamo avuto. Non so nemmeno se ti farà piacere riceverla… Pensa: pur di partire col piede giusto ti chiederei scusa e ti direi che probabilmente, allora, fui troppo rigido, e che di certo in parte avevi ragione tu, se non fosse che non ricordo nemmeno più per cosa avessimo discusso. I limiti della non-violenza? La necessità dell’attivismo? Politica, questo è certo. Ma le nostre discussioni politiche, a me, hanno sempre lasciato un bruciore sotto la pelle che non provavo nelle discussioni con altri. Un senso di inadeguatezza a cui non sapevo dare un nome, di quelli che ti tengono sveglio la notte a rimasticare ogni parola detta e ricevuta, a smontare e rimontare ogni argomento fino a rendere irreale il fatto iniziale che aveva scatenato tutto. Così abbiamo lasciato perdere. Tu per la tua strada, io per la mia. A volte, tra le mille cose, mi capitavano davanti le tue opinioni e le tue battaglie e ogni volta pensavo la stessa cosa di sempre: che ero d’accordo su tutto, tranne su un punto, e sapevo che quel punto avrebbe riacceso discussioni interminabili e bruciori sotto la pelle e senso di inadeguatezza, così, di nuovo, lasciavo perdere. Chissà se anche per te è stata così…

Poco fa ho saputo che qualcosa è successo. Tu, insieme ad altri attivisti, per quelle opinioni e per quelle battaglie sei stato denunciato. Hai un’accusa di “istigazione a disobbedire alle leggi”. Non ho idea di come vadano queste cose, ma immagino un obiezione-di-coscienza1.jpgcampanello che suona, degli uomini in divisa sulla porta, delle buste colorate piene di parole fredde ma brucianti, e poi palazzi e scale e code e avvocati e la mente che si perde a misurare quello che hai e quello che rischi. Nel tuo caso, il tuo posto di professore. Quello con cui guadagni il pane per te e per la tua famiglia. Immagino tutto questo, Domenico, e mi sento di nuovo quel bruciore sotto la pelle, la notte lunga e piena di pensieri da masticare e rimasticare, quel senso di inadeguatezza.

Perché quello che ti sta accadendo mi ferisce così?

Per la stessa ragione per cui, ora lo vedo, mi feriva così discutere con te. Proprio perché le tue opinioni, tranne su un punto, sono quasi sempre del tutto uguali alle mie e quel punto, qualunque esso sia di volta in volta, è nulla di fronte all’impegno immenso che, per me e per te, significano quelle opinioni. Un impegno immenso, sì. Delle belle bandiere che per poter essere portate richiedono ogni giorno un prezzo da pagare, degli ideali di fronte ai quali essere all’altezza: la campana che suona e noi che ogni volta non sappiamo se saremo presenti o assenti, coraggiosi o egoisti, onesti o vili. Capisci come mi sento, Domenico, nello scoprire, ora, che per quelle idee così simili alle mie tu hai una denuncia per “istigazione a disobbedire alle leggi” e io sono qua a scriverti dalla mia postazione tiepida, di pensatore al riparo da ogni conseguenza?

Tu lo sai, lo hai sempre saputo, che le belle idee, se portate senza pagarne di persona il prezzo, producono solo brutte pratiche. Conformismi, solo nominalmente diversi dai conformismi prodotti dalle brutte idee. Barbe e tatuaggi simili, al massimo qualche obiezione di coscienza 4.jpglettera generica ai giornali. Tu lo sai, e lo hai sempre saputo, che le belle bandiere sono pesantissime da portare. Lo so anch’io, Domenico, anche se forse non mi crederai, ma di fronte al processo che subirai per “istigazione a disobbedire alle leggi” non riesco a non chiedermi cosa proverei, se fossi al tuo posto e a non concludere che l’ipotesi di essere al tuo posto è il privilegio di chi al tuo posto non è. Un’acrobazia intellettuale. Una bella bandiera portata senza peso. Perché io, al tuo posto, non sono. Io sono in casa mia, Domenico, tra i libri di Socrate, di Gandhi e di Pasolini. Mentre tu sei al posto di Socrate, di Gandhi e di Pasolini: tra quelli che, senza aver – non dico: torto un capello a un cristiano, ma anche solo graffiato un muro in un parchetto, vengono condotti a processo per “istigazione a disobbedire alle leggi”. E io dove sono? Soffrendo, rimuginando la notte, ma sono tra quelli che, con la testa piena di belle idee, vivono dietro a brutti conformismi.

Quanti siamo, Domenico? Non dico io e te. Io, in quest’occasione, mi trovo con gli altri diversi da te. Tra quelli al riparo, tra i vili. Tu che ci vedi dall’altra parte, dimmelo: quanti siamo, noi vili? Quanti, dopo la morte di Stefano Cucchi, hanno urlato sui social quello stesso slogan per cui ora dei giovani andranno a processo? In quanti siamo a lasciare soli quei pochi ragazzi che saranno processati per aver affermato ciò di cui, noi stessi, ci siamo riempiti la bocca? In quanti siamo, Domenico, ad aver gonfiato fino a simbolizzarle battaglie tiepide, ai limiti del necessario, riempiendo piazze e giornali, mentre battaglie bollenti e sacrosante vengono ignorate fino a desimbolizzarle del tutto, fino a ridurle a questione privata, di pochi, lasciati soli contro tutti? Abbiamo organizzato raccolte firme contro il tweet di un consigliere, o fatto del divieto di suonare all’aperto una questione di libertà d’espressione. Io c’ero Domenico, ero tra questi battaglieri. E ora mi chiedo se avrò la forza di esserci anche questa volta, in cui i significati civili non devono essere aggiunti dai social, né enfatizzati dal passaparola, perché essi già ci sono e mai sono stati così tangibili, così bollenti. Questa volta in cui i fatti e i simboli già coincidono. Tu che sei dall’altra parte, Domenico, dimmelo: che faccia ho, io, in mezzo a tutti gli altri?

Ripenso alla manifestazione che ti ha provocato la denuncia. Io non partecipai. Per la solita, vecchia ragione: che ero d’accordo con te su tutto, tranne su un punto. Ma ora devo affermare che quel punto è nulla di fronte ai significati che porta con sé una denuncia per “istigazione a disobbedire alle leggi”. Cosa significa, istigare a disobbedire alle leggi, in una società di diritto? E chi riguarda? I delinquenti? O tutti? Negli ultimi giorni abbiamo visto i giornali riempirsi di articoli su Bergoglio e don Milani. Quel don Milani che scrisse che l’obbedienza non è una virtù, che fu processato proprio per aver istigato a disobbedire alla legge sulla leva militare. Cosa significa, allora, che oggi qualcuno sta andando a processo per istigazione a disobbedire alle leggi? Con che occhi dobbiamo guardare questa vicenda? Quali valori sono in gioco? Cosa succede se li ignoriamo?

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Pensa a come mi sono ridotto, Domenico: sono andato su google a cercare foto di quel processo, quello a don Milani, per vedere le facce di quelli che stavano dall’altra parte, di quelli non coinvolti. Per vedere se la mia faccia, oggi, è migliore. Non ne ho trovate, così sono condannato a non sapere, a barcamenarmi ancora nel solito senso di inadeguatezza. Ti scrivo, Domenico, perché non lo sopporto più, questo senso di inadeguatezza di fronte agli ideali di cui ho piena la libreria. Ti scrivo perché non voglio che siate lasciati soli a gestire questi valori brucianti, questo impegno immenso. O forse sono molto più egoista. Ti scrivo perché non voglio essere lasciato solo io, a guardarti: perché spero che altri, leggendo questa lettera, possano aiutarmi a capire cosa c’è in gioco e cosa ci è richiesto per essere all’altezza di questo qualcosa.

Un abbraccio, Elia

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