A riconoscer lo sgomento

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Che le cose siano andate così è imbarazzante, ma così è come ormai sono andate. Da qui in poi, provare a raccontarle senza dargli la forma del riscatto è l’unica operazione che credo si possa compiere.

I fatti in questione sono realmente accaduti nella notte tra sabato e domenica, in una via di Milano mediamente trafficata.

All’inizio di tutto ci siamo noi in macchina che intravediamo la seguente scena: una donna cerca di accelerare il passo, ma subito rimbalza all’indietro, afferrata per i capelli da un uomo che le sta alle spalle.

La scena si è svolta ai bordi della nostra visuale, mentre sfrecciavamo sulla strada, quindi ci chiediamo: abbiamo visto bene?

Così accostiamo per guardare nello specchietto retrovisore: a un centinaio di metri da noi, ora, c’è una sagoma femminile, ferma in mezzo al marciapiede; la sovrasta un uomo che agita le braccia. Cosa dobbiamo fare? Sono due fidanzati che stanno litigando? E, se anche lo fossero, lui ha già superato quel limite che prevede che qualcuno faccia qualcosa?

Mentre ci poniamo queste domande, vediamo lei tentare di sottrarsi all’incalzamento di lui, gettarsi sulle strisce pedonali, così che una macchina inchiodi e poi li superi suonando il clacson, mentre lui, a questo punto, l’ha già afferrata per un braccio e ributtata sul marciapiede.

Ci guardiamo. Cosa dobbiamo fare? Che numero ha la polizia? I carabinieri? No, aspetta, ché forse adesso stanno parlando. Forse stavano solo litigando come capita a tutte le coppie. Aspetta, aspetta, ché stanno passando dei ragazzi. No, niente. Tirano dritto. Sono andati oltre. Sul marciapiede quei due sono soli, e lei ancora sta tentando di smarcarsi ma lui le resta parato davanti, la tiene per un braccio, le indica un’automobile parcheggiata. E io sono certo che prima l’avesse trattenuta per i capelli, non ho visto male. No: quelli non stanno litigando come capita a tutte le coppie, lei è terrorizzata. Quindi? Cosa facciamo?

A questo punto, la sagoma di lui dà una sberla in faccia a lei. Okay, dài, basta girarci intorno, per prima cosa chiamiamo la polizia, poi vediamo. Ah, certo, chiami la polizia e dici che in mezzo a Milano hai visto dare una sberla? Quelli ti ridono in faccia.

Nel frattempo abbiamo percorso il controviale, così ci siamo portati a pochi metri dalla scena. Lei è ancora sul marciapiede, ritta, in piedi. Lui a pochi centimetri dal suo corpo. Le sta addosso come se l’avesse braccata e spinta con le spalle al muro, anche se dietro non ci sono muri, ma lo spazio aperto di un parco. Sono entrambi dei quarantenni, vestiti con lo stesso le stile. Sembra evidente che si conoscano, d’istinto viene da pensare che siano addirittura usciti di casa insieme. Ma lei è spaventata, se stanno litigando la cosa non sta avvenendo alla pari: lei vorrebbe allontanarsi da lui, lui glielo impedisce e le indica la macchina.

Senti, proviamo a scendere. Proviamo a metterci lì vicino, magari altre persone romperanno l’imbarazzo, forse basterà far sentire una presenza intorno alla scenata perché la scenata si sgonfi.

In effetti, non appena scendo dall’auto altre persone si avvicinano. In tutto ci troviamo a essere quattro ragazzi (lo preciso: quattro maschi). Lui si accorge della nostra presenza, dice qualcosa come Vi ringrazio, apprezzo, è la mia compagna da dieci anni, adesso torniamo a casa, apprezzo. Se vuole rincuorarci, gli esce molto male, perché sembra una minaccia. Ha gli occhi furiosi, il corpo che non riesce a rimanere fermo. Chissà se è per lo stato d’animo che lo stravolge, se perché è grosso e con i capelli rasati, ma sembra un personaggio di Gomorra.

A quel punto, ci ha dato le spalle e si è appoggiato con la testa a lei. Fronte contro fronte. Le sta parlando a bassa voce, a denti stretti e, forse per la rabbia trattenuta, la voce gli esce a sibili.

Noi cosa dobbiamo fare? Cosa sta succedendo? È ridicolo, a raccontarlo adesso, ma a me viene da rivolgermi a quello che nel gruppo sembra il più aggressivo. Un ragazzo robusto, con le mani appoggiate alla cintura e la coppola portata bassa sugli occhi. Io non ho idea di cosa fare, gli confesso. Lui risponde: al momento niente, guardiamo e vediamo che non le metta le mani addosso.

Le voci dicono che qualcuno, forse dalle case, forse dal parco, ha chiamato la polizia, lo hanno già identificato con la targa e ora stanno arrivando. Così restiamo a guardare. Teniamo i nostri otto occhi incollati a quelle due sagome immobili in mezzo al marciapiede. Passano i secondi, i minuti forse, e le posture di tutti accumulano lentamente violenza senza che nulla si muova: lui incombe su di lei; noi gli stiamo intorno.

Il punto è che è tutto un bluff. Li guardiamo come se li stessimo tenendo d’occhio e fossimo pronti a intervenire, ma è evidente che per ognuno di noi guardare è l’ultimo tratto in cui sappiamo cosa fare, l’ultimo momento al di qua del limite che separa il mondo che ci è familiare e in cui siamo competenti, dal mondo che abbiamo visto nei film, o sentito al telegiornale.

Passano così altri secondi e di nuovo altri minuti. Io sento che le mani iniziano a tremarmi e devo incrociare le braccia perché non si veda. Noto che è la stessa postura che hanno assunto gli altri. Le mani di lui, invece, ora salgono sulla faccia di lei, accennano un pizzicotto, poi un altro e, infine, quello che esce è uno schiaffo: trattenuto, senza slancio, non fa neanche rumore e non le smuove la testa e il collo, ma ha chiaramente il significato di uno schiaffo e l’effetto di mostrarci quanto lei stia subendo quella situazione senza poter reagire. Il limite è stato superato, sotto ai nostri occhi. OH, grida qualcuno di noi, qualcun altro fa NO, NO! e avanziamo di un passo, ma a quel punto lui si mette a gridare che sta solo litigando con la sua compagna e vuole che gli altri si facciano i cazzi loro perché se gli rompiamo i coglioni lui è campione di chissà quale arte marziale ed è in grado di ammazzarci tutti, il che probabilmente è una cazzata detta da un violento che ha perso la ragione, anzi è proprio una frase del cazzo detta da un uomo del cazzo, che in dieci anni che è fidanzato non è stato buono di scongiurare l’arenamento in quest’ultima spiaggia, in queste spalle al muro di tutti che ora stanno scoppiando in mezzo alla strada e coinvolgono la donna che ama e degli sconosciuti che si sono fermati. Ma mentre lo dice ha caricato quello con la coppola, gli ha messo la testa contro la sua, gli ha gridato che lui è il primo a farsi male e quello si trova scaraventato indietro e subito dice qualcosa come che nessuno vuole fare male a nessuno, che vogliamo solo stare tutti più calmi, ma ormai non ha senso dire niente, perché se anche stiamo ripetendo i nostri NO, NO! o i nostri OH! lui, appunto, ci ha messo con le spalle al muro, ha stabilito che le regole del gioco da questo momento in poi sono definitive e dettate da lui, e così il gioco è smascherato: o si fa con la violenza o non si fa, quindi se vogliamo proseguire dobbiamo aggredirlo, essere quel tipo di persone che hanno l’istinto di scaraventarsi su uomo, l’istinto sì, perché la cattiveria mica la decidi con la testa a un certo punto, mica la accendi e poi la spegni, la cattiveria ti scatta o non ti scatta e devi essere uno a cui scatta per scagliarti corpo a corpo su qualcuno una notte, in mezzo alla strada per bloccarlo a terra, o farlo scappare, o prenderle fino a risvegliarti all’ospedale ma almeno dire che hai fatto qualcosa, o non so cosa, non so davvero cosa…

È imbarazzante che sia andata così. Ma mentre ognuno di noi resta inchiodato sul confine di quel limite, a dimenarsi dentro se stesso senza trovare l’istinto di superarlo, quello indica la portiera alla ragazza e lei, a questo punto, accenna a salire. Se vogliamo agire, questo è l’ultimo momento in cui possiamo farlo.

E non lo facciamo.

Ribadiamo i nostri NO! NO!, i nostri OH! come se realmente credessimo di essere adeguati alla situazione, di essere incisivi, come se non avessimo capito che l’unica cosa che realmente servirebbe è superare quel limite e essere il tipo d’uomo che mena le mani, ma che noi non siamo disposti a farlo.

Una signora sui sessant’anni scende dalla sua auto, raggiunge la ragazza e dal finestrino le chiede se è sicura di voler tornare a casa con lui. Altrimenti potrebbe accompagnarla lei, aggiunge. No, dice con gli occhi la ragazza, tornerà a casa col compagno, è a posto così. È il sigillo definitivo sul grande bluff che stiamo inscenando. Lei ha acconsentito, quindi non è una vittima, così lui che ora mette in moto non è un tormentatore e noi, noi che osserviamo la macchina scomparire, non siamo degli osservatori inetti.

Finisce così. Con noi che ci troviamo su quel marciapiede intorno all’una di notte, con altra gente che ora inizia a scendere dalle auto e ad avvicinarsi. Chi commenta, chi spiega cosa avrebbe fatto se solo fosse stato più vicino. Ci rincuoriamo l’un l’altro ripetendoci quello che ha detto la polizia all’ultima chiamata. Hanno il numero di targa, sanno già il nome di lui. Una volante gli è alle calcagna, figurarsi, non faranno mica tanta strada.

Ma non è questa consapevolezza ad aver influito sulla nostra condotta. Piuttosto è stato lo sgomento. Non eravamo in grado di superare quel limite e non l’avremmo superato neanche se la polizia non fosse esistita. Forse l’avremmo fatto se avessimo visto la violenza esplodere, allora forse sì, chi lo sa, forse in quel caso ci saremmo tuffati su quell’uomo e poi, a cose fatte, avremmo ragionato sulle conseguenze. Ma sta di fatto che la ragazza sulla macchina non voleva salire e alla fine è salita, sotto il nostro sguardo. Sta di fatto che il gioco lo ha deciso l’uomo del cazzo, con le sue modalità da uomo del cazzo, e noi non abbiamo saputo fare niente.

Perché racconto questa vicenda? Perché mi vergogno. Perché come uomo (diciamolo pure: come maschio) ho spesso disquisito di violenza sulle donne al bar, o tra gli amici e ho sempre misurato perimetri e tirato somme, ma fondavo i miei teoremi sulla prospettiva di un Me che credevo meno inadeguato. Un Me che si poneva al di qua dello sgomento.

Come autore, nel mio piccolissimo, ho parlato di violenza sulle donne usando tutte le forme di aggressività verbale che avevo a disposizione: l’ironia, la provocazione, la sfacciataggine, il paradosso… – in generale, ho sempre usato tutta la mente lucida e la lingua lunga che potevo usare. Ora penso che se quella sera avessi mantenuto il controllo su un solo decimo della mia mente lucida e avessi schiodato anche solo metà della mia lingua lunga, quella ragazza non sarebbe salita su quell’auto e, di colpo, tutte le mie parole di prima mi sembrano falsa moneta. Spero di continuare a usarne, a trovarne di nuove aspirando a quella sfacciataggine di riflessione, ma in un modo che comprenda anche la consapevolezza dello sgomento, che riparta dall’inadeguatezza, che riconosca la vergogna.

Questo è quel che mi sento di mettere sul tavolo del dibattito, nel giorno in cui si parla di Violenza sulle Donne. Spero possa servire alla riflessione.

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