Non-sognare durante il lockdown

Ieri notte ho sognato che il nome comune con cui indicare i caprioli era “aldo”. Nel sogno, tanto per esemplificare, sarebbe stato del tutto usuale sentirsi raccontare dal collega del lunedì mattina che, nel tal posto sui monti, con un’oretta di camminata (“ci arrivano anche i passeggini, nel caso…”) è possibile vedere aldo che salta sulle rocce. Oppure ricevere da qualcuno un invito alla prudenza sulle tal strade tra i boschi poiché lì, sovente, c’è aldo che invade la carreggiata per rincorrere le femmine.

Queste esemplificazioni le aggiungo ora, da sveglio, visto che il sogno si limitava alla consapevolezza implicita, ma non utilizzata, che i caprioli si chiamassero aldo, senza che, per l’appunto, ci fossero circostanze reali che richiedessero l’applicazione del vocabolo. Intendo dire che lo sfondo del sogno era realistico e tremendamente comune fino alla banalità: nel sogno c’ero io che stavo sognando di sapere questa cosa, pur sapendo che saperlo mi era al momento del tutto inutile.

Insomma, era un sogno privo di qualunque sfondo narrativo. Nessun personaggio, nessun principio di azione, nessun dramma. C’era una grande calma, appena disturbata da quella leggerissima confusione semiologica sullo fondo, già di per sé poco grave ma resa del tutto innocua dall’effettiva assenza di caprioli nel sogno stesso.

Anzi, a essere sincero, era uno di quei sogni che fai con la consapevolezza rassicurante che tanto è solo un sogno. Un lato di me stava lì, sapendo di sapere che i caprioli si chiamano aldo e intanto la classica vocina rassicurante che interviene negli incubi (la mia coincide con la voce fuori campo di Patrizio Roversi in “Turisti per Caso”) alleggeriva l’intensità onirica contestualizzando la faccenda: “E’ solo un sogno; non farne un caso. Tra poche ore ti risveglierai e il nome comune con cui indicare i caprioli sarà ‘caprioli’ mentre ‘Aldo’ sarà il nome proprio con cui si indicano certi individui”.

Dopodiché la vocina rassicurante ha aggiunto che in genere, a quel punto, lei consiglia di approfittare della consapevolezza di essere in un sogno per esplorare azioni che nella vita reale non oseremmo compiere; tuttavia ha ammesso che in quel frangente particolare c’erano così pochi stimoli (a ben pensarci era un sogno privo di contenuto manifesto) che in tutta franchezza non sapeva proprio quale gesto liberatorio consigliarmi. In effetti non aveva alcun senso provare a volare, né spogliarmi nudo, né gridare frasi nella folla o cose simili, poiché non c’erano cieli, né abiti, né folle. Tutto quello che, eventualmente, avrei potuto fare sarebbe stato gridare “aldo! aldo!” se avessi avvistato un capriolo, ma non c’erano caprioli. Così la vocina rassicurante ha iniziato a lasciare intervalli di silenzio sempre più lunghi e un po’ imbarazzati, fino a che non ha ammesso che ci trovavamo in una circostanza talmente scialba che non sapeva che altro dirmi, ma che, per suo conto, non eravamo tenuti a parlarci per forza.

Okay, d’accordo.

Così siamo rimasti in silenzio: io e la voce rassicurante di Patrizio Roversi, in quell’oceano di calma in cui nessun capriolo minaccia di irrompere sulla tua carreggiata poiché non esistono caprioli, né carreggiate, né mete da raggiungere.

Certi sogni ti fanno pensare.

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