La crociata de’ piagnoni

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Uno prova ad avanzare nella polvere sollevata, ma non ci trova nulla. Centinaia di cavalieri inesistenti, con la spada sguainata. Il volto sconvolto dall’offesa subita. Ma la crociata non esiste. Gerusalemme è vuota. Non ci sono invasori da scacciare né sangue da lavare. Eppure la Crociata va avanti: furibonda, violenta, sempre più numerosa. C’è chi entra come cavaliere inesistente e torna come eroe. Si producono milioni di pacche sulle spalle. Applausi al bar. “Gliel’abbiamo fatta vedere!”, grida uno. “Severi, ma giusti”, pondera qualcun altro, col gusto del tormentone.

Ma non si sa di chi stiano parlando. Perché il nemico non esiste. Le spade sono state sguainate contro il vento. Il primo ha gridato qualcosa di confuso, gli altri lo hanno seguito. Poi hanno retto la scena. E’ la crociata de’ cazzari. Anzi: de’ piagnoni. Calvino scriveva che nell’esercito di Carlomagno non è necessario esistere per essere dei cavalieri valorosi. Basta la forza di volontà (la superficiale, e priva di introspezione, forza di volontà). Nelle crociate di Novara ci vuole la forza di volontà per piangere. Bisogna cercare pretesti che urtino una qualche forma di sensibilità. A quel punto scattare: furibondi e isterici. Dichiararsi pubblicamente turbati. Portare le mani al volto e strillare che ci si sente feriti da tanta volgarità, tanto razzismo, tanto ritorno al medioevo. Più si piange, più si dimostra di aver ragione. Anche se in dieci milioni di miliardi di lettere versate sui social non è stato espresso un cazzo di pensiero, tenuto insieme con colla e sputo, fa niente. Se ci si dichiara sconvolti, amareggiati, turbati, feriti nel proprio (non meglio definito) senso civico, beh: questo vale come opinione. E’ da considerarsi un pensiero.

La realtà non conta: conta la moltitudine di chi si aggiunge al coro del pianto. Fatti inesistenti possono diventare reali. La mistificazione è totale, ma eccita e produce scopi. Non importa che sia evidente: le bugie collettive sono come la Frontiera, basta fottersene dei modi e c’è terra per tutti. Ognuno conquista un ruolo nel dibattito. Ha la possibilità di dire frasi mirabolanti e difendere principi giganteschi.

Per esempio con un articolo di giornale. I fatti: un gruppo di imbecilli scrive sui social che se quello affogato nel Ticino è un marocchino, allora gli sta bene. E’ una notizia. Perché lo stesso sindaco interviene esprimendo il suo disagio per quella reazione razzista. Essendo una notizia un giornale la racconta. Riporta nei virgolettati le frasi dei (veri, concreti, esistenti) razzisti (“uno di meno”, “potevano lasciarlo lì” e bla bla bla), intervista il sindaco e, in aggiunta, dà voce a commenti più ragionevoli. Non c’è dubbio che il senso della notizia sia questo: la morte di un uomo di origine marocchina scoperchia un vaso di pandora di razzismo.

E’ un grande nulla: non ci sarebbe niente da dirci. Ma siamo sotto Ferragosto e Ivan de Grandis dev’essere a Fregene, perché qua non si esibisce da un bel po’. E’ una noia mortale. C’è un’afa pazzesca. E l’inesistenza dei cavalieri inizia a bollire nel soffoco dell’armatura. Ci vogliono endorfine, ci vuole una battaglia. Così quell’articolo capita a fagiolo. Certo, va mistificato di brutto. Ma per fare questo basta metterci quella definitività fascista, quella che porta a dire che in un articolo le virgolette sono secondarie. Roba da finocchi che non hanno il coraggio della propria opinione. Se ancora non basta, si può tagliare la testa al toro: evitare di leggere l’articolo. Anzi: trasformare la non-lettura di un articolo in un esercizio di dieta morale. Di modo che non averlo letto non sia un limite che impedisce di condannarlo, ma al contrario: la miglior conferma che si è abbastanza puri per mandarlo al rogo. Ora la crociata de’ piagnoni può iniziare. Assalto della fanteria, con voce tremante e mani sugli occhi: “Oh. My. God. Sono. Sconvolto. Da. Un. Simile. Razzismo. Dei. Giornalisti…” (applausi, commozione: primo castello conquistato). Passaggio della cavalleria (quelli più fini): “deprimente, è un clima che si respirava già in fase pre-elettorale” (la gioia serpeggia: Gerusalemme è accerchiata). E infine i chierici che benedicono la vittoria, quelli che ci sanno fare con le parole: “è vero. Non ho letto l’articolo, ho solo visto il titolo in foto. Ma a Novara il livello è basso e la gente media guarda solo i titoli. Quindi, leggendo solo il titolo, io condanno l’articolo perché produrrà effetti brutti sulle persone che leggono solo il titolo”. Altro che Dio dalla nostra parte. Con un apparato mistificante così intricato e testardo, la legittimità della crociata è in una botte di ferro. E infatti stanno già tornando i primi eroi vittoriosi. Piovono i Mi piace, esplodono le condivisioni. I cacasotto rimangono intorno al fumo, per sferrare almeno un colpo. Uno strilla: “il giornale ha dichiarato di essere contro il razzismo, è la conferma che avevano la coscienza sporca. Andiamo a insultarli ancora po’”.

Ora tutti a casa di Goffredo: offre spritz ai combattenti. Ci stringeremo le mani e ci diremo che siamo stati dei veri progressisti. Degli intellettuali di sinistra che hanno difeso i principi dell’antirazzismo. Delle persone civili, che rappresentano la parte migliore di questa città stupida e razzista. L’armatura che indossiamo lo dimostra. Quindi non togliamola. Mai. Perché vedremmo cosa c’è sotto. Una volta citavamo il tale, che ricordava che sentirsi offesi non dimostra che si ha ragione. Oggi ci inventiamo pretesti per dirci offesi. E la viviamo come un’opinione. Qualcosa che trasforma le battaglie vere (come quelle antirazziste) in buffonate che ci fanno sentire qualcuno. Che ci fanno vincere sempre le guerre, senza dover combattere mai.

(L’aspetto più triste è che alla fine di questo articolo io devo esplicitare che sono un radicale di sinistra e un antirazzista. Perché qui la cappa è pesantissima, compagni. )

La Lega Novarese Ciechi Razzisti

Secondo alcune indiscrezioni è l’uomo nell’ombra della destra xenofoba novarese. A noi Antonio La Cicca si presenta come un fiume in piena. Stiamo parlando di un uomo che bacchettando l’asfalto col suo bastone bianco ha attraversato trent’anni di storia italiana, e chissà cosa non hanno “visto” quelle pupille furbe, nascoste sotto ai rayban blu.

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CINEMA CHE PASSIONE. Antonio La Cicca sempre in prima fila al Cinema all’Aperto di Palazzo Tornielli, qui durante la visione di The Birth of a Nation di D. W. Griffith (in realtà stavano dando Twilight).


Una vita in prima linea, a fianco delle persone più influenti della Destra Italiana, come testimoniano tutte le foto appese nel suo salotto. Nel 1988 è ai funerali di Giorgio Almirante, a fianco di donna Assuntina; nel 1995 è a Pontida, a fianco di Bossi. Nel 2016 è ai funerali di Buonanno. A fianco a nessuno. E infatti viene recuperato ad Alagna mentre fa le condoglianze a una mucca.    


Lo abbiamo raggiunto nel suo appartamento-bunker di Novara, dove ci ha accolto insieme ad Alberto da Giussano, un pastore tedesco addestrato a guidarlo su tutto: se vede un italiano scodinzola, se vede un migrante politico ringhia, se vede un migrante economico scodinzola da lontano e poi morde da vicino.

Antonio La Cicca: Vedessi che roba. Non faccio in tempo a svegliarmi che mi porta l’inserto storico del Giornale e la pistola a pallini.
Lo accarezza. Ha negli occhi quella luce che può avere solo chi è abituato da tutta la vita a “guardare” col cuore.
Ma veniamo a noi. Cosa ti ha spinto a fondare la Lega Novarese per la tutela dei Ciechi Razzisti?
Ride. Gli si forma quella mezzaluna ai lati della bocca che viene solo a chi ha attraversato il mondo tastandolo con le mani.
A.C.: Una voglia di normalità… Ti faccio un esempio. Quando Hitler ha imposto la scritta “Jüdisch Geschäft” sulle vetrine ebraiche, credi che ci fosse anche il cartello in braille?
No, non credo.
A.C.: Molto bene, ora capisci cosa vuol dire? Hitler è stato discriminatorio nei confronti della popolazione ipovedente. Io dico che casi del genere non devono ripetersi nella storia. Voglio poter essere razzista come tutti i razzisti normodotati, chiedo troppo?
Direi di no, Antonio. Ma mettiamo da parte la Storia con la Esse Esse maiuscola e veniamo a quella di tutti i giorni. Raccontaci di te. So che come razzista hai subito molte discriminazioni in quanto ipovedente. Una in particolare ti ha lasciato un segno nel cuore…
Un’ombra gli cala sulla faccia. Sospira.
A.C.: Io volevo solo essere un razzista come tutti gli altri (la voce gli trema, ndr), così ho preso il fucile a sale e sono uscito per una ronda nel quartiere. Ho sentito dei passi, un forte odore di cumino e cardamomo e… ho premuto il grilletto…

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CHI HA FATTO GOL? Per molti anni Antonio La Cicca stato capo ultras al Silvio Piola. Quando qualcuno segna, Alberto da Giussano abbaia.

È stato allora che hai sparato al notaio Ravizzotti?
A.C.: (respira in punta di gola) Sì… come potevo sapere che era lui e che aveva mangiato kebab? Mentre si contorceva sull’asfalto è stato spietato con me, mi ha detto…
Una lacrima gli scende sul viso. Sono questi i momenti in cui un giornalista pensa che il suo sia uno sporco lavoro, ma che qualcuno lo deve pur fare.
Che cosa ti ha detto, Antonio? Coraggio, di’ la verità e i lettori saranno indignati insieme a te…
A.C.: Mi ha detto… mi ha detto… beh, mi ha detto: “ma sparati nei coglioni”…
Scoppia a piangere. Gli allungo un kleenex e gli stringo una mano intorno a una spalla. Mi sorride e si ricompone.
A.C.: È stato allora che ho pensato: “Adesso basta! Essere razzista è un mio diritto al pari degli altri!” Beh, il giorno dopo avevo già firmato l’atto costitutivo della Lega Novarese Ciechi Razzisti!
Come sempre non aspetti tempo! Sei una furia! Quando la Lega aveva detto: “Andiamo sulle coste a sparare agli scafisti”, tu sei stato l’unico a partire per davvero…
A.C.: Puoi dirlo forte!
È stato allora che hai sparato a quel barista di Cuneo?
A.C.: (sul viso gli torna l’ombra che conosco bene) Mi ha confuso il motore dell’apecar. Era così uguale a un motoscafo, dio bono! E per Cuneo… credo di aver fatto un casino all’uscita della Genova-Gravellona…
Perché tu guidi?
A.C.: No, sei matto, io tengo il fucile! Guida Alberto da Giussano!

Ah,mi sembrava. Ma parlaci della Lega. Quali sono state le prime iniziative, Antonio?

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MOMENTI DI RELAX. Antonio La Cicca e Alberto da Giussano alla casa-vacanze di Druogno (VB).

A.C.: Beh, per prima cosa abbiamo creato un accordo con l’associazione Libro Parlato per l’edizione delle principali opere razziste. Gli ipovedenti erano stufi di ascoltare solo Pinocchio e Oceano Mare. Grazie a noi ora hanno a disposizione i diari di Mengele con la voce di Rita Pavone, il Mein Kampf interpretato dal Mago Zurlì e l’opera di Spencer letta da Bossi…                                           Renzo?
A.C.: No, sei matto… Umberto! Biascica che non si capisce un cazzo, ma è più melodico di Carmelo Bene.
Ah, mi sembrava. E poi? Qual è stato il secondo obiettivo della Lega, Antonio?
A.C.: Beh, noi ciechi razzisti ci basiamo sull’idea che non abbiamo bisogno dell’aiuto di altri, ma dell’aiuto di noi stessi. Un cieco razzista non può fare quello che può fare un razzista normodotato. Ma cento ciechi razzisti, se cooperano, possono fare anche di più! Insomma, la soluzione era a portata di mano: fare quadrato! Per questo il nostro simbolo è la testuggine.
E allora, di nuovo, non avete perso tempo. Quando l’estrema destra ha detto che l’Europa non doveva integrare la Turchia ma invaderla, voi siete stati gli unici a partire per davvero…
A.C.: Puoi dirlo forte!
È stato allora che avete invaso la Franciacorta?
Sulla faccia si vede quella maschera da clown triste che ha solo chi ha sfondato una vetrata su di un triciclo e poi  si è rialzato nell’esatto istante in cui gli stavano cascando i pantaloni. Vorrei brascarmi gli occhi per “vedere” il dolore che solo lui sta “vedendo”, ma non è il mio lavoro di giornalista.
A.C.: È quel cazzo di svincolo della Genova-Gravellona, dio bono! E Alberto da Giussano che non lo vuole capire! (Gli sferra un calcio nella schiena, ndr)
Il Ministero delle Politiche Agricole fu molto duro con voi, Antonio?
A.C.: Sì… (gli trema la gola e gli occhi sono lucidi) Ci ha chiesto di risarcire la Coldiretti di tutte le vigne che abbiamo devastato.
È stato allora che avete dovuto vendere tutte le armi, vero Antonio?
Si porta il vecchio kleenex sotto agli occhi e asciuga le lacrime. Fa cenno di sì con la testa.
Però, negli ambienti dell’estrema destra, vi siete conquistati l’appellativo di “Audaci”…
A.C.: Puoi dirlo forte. Per quell’impresa siamo partiti in 83 uomini: al ritorno eravamo 12…
Sono morti per la causa, Antonio?
A.C.: No, ma sei matto! Hanno fatto casino allo svincolo della Genova-Gravellona. Diciamo… diciamo che stanno tornando!
Ora scusami ma ti devo fare una domanda un po’ scomoda. Come vi finanziate?
A.C.: La Fondazione Amici Nuarès è molto attenta alle esigenze dei meno fortunati. Ha aperto un bando per il sostegno dell’handicap e noi eravamo primi in graduatoria. Così ci siamo finanziati le bombe carta, le taniche di benzina e i chiodi per il fucile a pallini.
Ma, scusa, siamo sicuri che possiate fare queste cose?
A.C.: Ti riferisci al fatto che siamo ciechi?
Ma no! Il punto è che…
A.C.: Il punto, per me, è che finché a Novara ci sarà anche una sola persona razzista, allora sarà diritto di tutti gli altri essere come quella persona, senza barriere architettoniche. Quando avrete sconfitto la xenofobia e il razzismo me lo faccia sapere, caro il mio Gandhi del cazzimperio. Nel frattempo non mi rompa le palle se pretendiamo che l’ASL ci accompagni alle risse davanti allo 049. Che siano sottotitolati i comizi di Salvini.  Che il cavalcavia da cui la gente va a sputare quando manifestano gl

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L’IMPEGNO PER LA COMUNITA’.  Da sempre residente al Sacro Cuore, ecco Antonio La Cicca mentre fa il Nonno Vigile davanti alla Bottacchi.

i africani sia munito di ascensore per disabili. Chiedo troppo?

No, però forse…
A.C.: Ora mi scusi, ma c’è qui la panda dell’Auser. Devo andare al rogo di un campo nomadi e non ho tempo da perdere.

 

Cerca con la mano la scatola di fiammiferi e la infila in tasca. Afferra il bastone bianco e si dirige ad aprire la porta.
Entra un africano con le treccine fino al sedere. Allunga un biscotto ad Alberto da Giussano e mi strizza l’occhio. Penso che ci sia ancora speranza.

 

Le cose che si fanno sotto il sole

le cose che si fanno sotto il sole

Il primo dice di averle viste tutte, ma proprio tutte!, le cose che si fanno sotto il sole. E dice pure che sono tutte vanità. Anzi, a essere precisi, lui è più poeta: dice che le cose che si fanno sotto il sole sono solo “un inseguire il vento”. E, mentre lo dice, sembra deluso.

A un altro, invece, non paion poi così male. A lui piacciono le cose sotto il sole. Gli piace vedere che ombra proiettano. Si siede e osserva come quell’ombra cammina nel corso della giornata. Quali forme prende: se è familiare o assurda, se fa paura o suggerisce immagini buffe. E alla fine si convince che il segreto delle cose sotto il sole sia da cercare proprio nelle loro ombre.

Poi, siccome nemmeno “inseguire il vento” gli sembra un’attività così brutta, quando può, viaggia. Si è pure comprato un taccuino, così ci appunta tutto quello che vede.

Ecco, a me lui sta molto più simpatico: anche a me piacciono le cose sotto il sole, anche a me piacciono le loro ombre.

Mi piacerebbe imparare qualcosa da lui, ma non so dove trovarlo. Così lo cerco scrivendo.