Scena d’amore nella stazione di X

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Stazione di X. E’ l’ora di punta. Le luminarie natalizie sfrigolano ovunque, tutti salterellano di qua e di là.

Tranne un uomo.

Arriva a passo lento. Si siede vicino a me. (Deve avere una quarantina d’anni. Ha il pizzetto e un vestito elegante.)

A un certo punto sospira ed estrae il cellulare.

“Ciao amore…”

Sussurra. Eppure il sibilo delle sue parole è così stonato nel trambusto che ci circonda, che è impossibile non sentirlo.

“Mi manchi già, lo sai?”

Sospira. Dice altre frasi tubanti, in punta di voce.

“Sei la mia stellina, lo sai?”

Ma, mentre parla, ha tre quarti di indice infilati nel naso. Ravana con tanta intensità che quasi si alza dalla panca, inseguendo col corpo il dito che sale sempre di più nella narice.

“Non vedo l’ora che sia mercoledì, lo sai?”

E mentre lo dice sfila il dito. Lo guarda con attenzione. Poi inizia a sparare in giro quello che ha raccolto. Infine riaffonda.

“Ti amo…”, sospira.

E mette giù.

Si guarda un’ultima volta il dito.

Lo pulisce strofinando il polpastrello sul bracciolo di metallo.

E apre un pacchetto di fonzies.

Intorno a noi tutti salterellano. E’ l’ora di punta e le luminarie natalizie sfrigolano sulle pareti.

Monte McKinley, fine di un’epoca

L’Ottocento era agli sgoccioli e, di lì a poco, molto sarebbe cambiato nel mondo delle esplorazioni. Tanto per cominciare: pochi anni prima un gruppo di 33 scienziati e geografi, in un salotto di Lafayette Square, a Washington D.C., aveva fondato la National Geographic Society, con l’obiettivo di “migliorare e diffondere le conoscenze geografiche“. Uno spirito nuovo, nel mondo ottocentesco, abituato all’idea che le grandi imprese degli esploratori dovessero unire l’avventura geografica alle conquiste militari e politiche. E infatti, se per tutto l’Ottocento la grande protagonista delle esplorazioni europee era stata l’Africa, presto il sogno si sarebbe spostato ai poli. Luoghi poco interessanti, per creare colonie. Ma abbastanza ricchi di scienza, mitologia e avventura da rendere appassionanti le storie dei grandi esploratori che di lì a poco sarebbero diventati famosi: Cook, Peary, Mawson, Amundsen, Shackleton… per citare i più popolari.

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Cook, conquista del Polo Nord.

E’ in questo momento che il nome McKinley passa alla storia. O, per usare un’espressione di Serge Gruzinski, lascia il proprio marchio nella colonizzazione dell’immaginario. L’onomatopea lo aiuta, con quel suono acuminato, duro. Da vecchia colt che carica il colpo. E il patronimico gaelico che lo precede porta subito l’immagine di uomini corpulenti, con mani tozze e basette indurite dal gelo.

Personalmente mi ero sempre chiesto che faccia avesse il portatore fisico – umano – di questo suono. Ma, chissà perché, non ero mai andato a cercare quel volto con Google Immagini. Me l’ero immaginato, però. In tanti momenti. Leggendo le storie di Messner, di Cassin, e persino nel girovagare di Jack London. Così non mi era stato difficile figurarmi gli stessi lineamenti degli esploratori dell’epoca: col cappuccio di pelle che gli avvolgeva  la testa, lasciando emergere solo le barbe inzuppate e gli occhi bruciati dal vento. Con le corde legate intorno alle spalle. Le pipe di Braccio Ferro. I cappelli di Quint dello Squalo.

Frederick Cook

Frederick Cook

Douglas Mawson

Douglas Mawson

Ernest Shackleton

Ernest Shackleton

E invece no.

Il nome McKinley non definiva nulla di tutto questo. Quel suono era una fregatura. Al punto che, da qualche settimana, il nome McKinley non figura neanche più sulle cartine. Per parafrasare Gruzinski: il nome McKinley è stato estromesso in una sorta di movimento di decolonizzazione dell’immaginario collettivo. Di colpo le imprese di Stuck, di Cassin e di Messner non sono più collocate nell’orizzonte di quel nome. Le loro avventure smettono di essere “ascese del McKinley” e diventano ascese del Denali“. Ritornano i veri padroni di casa della montagna: i Koyukon. Ritorna a lingua Ten’a. Ritornano le tende di pelli di foca, i vasi di ferro.

Koyukon People, 1898

Koyukon People, 1898

E di quel nome, che ne sarà? Adesso che è stato estromesso dalle cartine geografiche e dalla mitologia dei romanzi d’avventura, il suo posto è nella storia politica ed economica. D’altronde è lì che è nato. Già: William McKinley non aveva mai messo piede in Alaska, quando il suo cognome passò alla storia. E probabilmente non ci mise piede neanche dopo, visto che il suo impegno era un altro: schierarsi con i  conservatori, diventare il 25o Presidente degli Stati Uniti d’America e opporsi al bimetallismo. La sua scalata fu vittoriosa: nel 1900 una sua riforma decretò il passaggio al Gold Standard, sancendo l’oro come unica misura del sistema monetario americano.

A guidare la colonizzazione dell’immaginario collettivo dell’Alaska, alla fine dell’Ottocento, è stata una riforma finanziaria della Casa Bianca. Oddio, che delusione! E l’avventura? Gli esploratori? La grande impresa di neve, ghiaccio e bussole? Be’, in realtà ci sono e ruotano intorno all’oro.

L’Ottocento era agli sgoccioli, quando un certo George Washington Carmack si trovava con due nativi nel Klondike. A essere precisi, stavano pescando. Ma Carmack non riusciva a non pensare al sogno fatto la notte prima: due enormi salmoni, con squame d’oro e pepite al posto degli occhi. Fu a quel punto che incontrarono un bianco che iniziò a inveire contro di loro: “vorrei pescare qui anch’io, ma l’acqua è troppo co-lo-ra-ta per i miei gusti”. I tre si spostarono più in là, ma incontrando altre persone Carmack fu costretto ad ascoltare le ennesime tirate razziste contro i suoi compagni. I tre erano così esasperati che si spinsero fino a Rabbit Creek, dove – si diceva – gli uomini andavano solo se costretti. Stavano iniziando a godersi un po’ di pace, quando… “Hey, George! Ma quelle sono quel che sembrano a me?”, “Sì, Tagish! Sì, lo sono!” Erano pepite. Pepite d’oro! Così grosse e numerose che non si erano mai viste prima d’ora. I tre iniziarono a correre fino a Fortymile per registrare la concessione e il caso volle che lungo la strada incontrarono decine e decine di ragazzi a cui raccontarono la propria storia. Scoppiava così la corsa all’oro.

Dalton Trail Klondike

Dalton Trail Klondike

Lattai, insegnanti, bottegai… famiglie intere lasciarono le città della Rivoluzione Industriale per attraversare i fiumi ghiacciati del Klondike come i loro avi avevano attraversano l’Atlantico. Nella sola città di Seattle, più di un quarto dei poliziotti diede le dimissioni e partì per Skagway, Alaska. E lo stesso fecero i delinquenti. Il celebre Soapy Smith, con Banda al seguito,  abbandonò Denver (dove aveva si arricchiva con la truffa della saponetta con i cento dollari). Truffare i cercatori d’oro doveva essere infinitamente più facile: erano tanti, disorientati e inclini alla facile speranza. Così, dove arrivavano i cercatori, a Skagway, Soapy costruì la stazione telegrafica (peccato che i fili erano corde di spago che terminavano nella parete!).

Il bandito Soapy Smith

Il bandito Soapy Smith

E’ in questo clima che un cercatore d’oro viene a sapere che un certo William McKinley sta proponendo al Congresso Americano il Gold Standard. Ci pensa su. Se trovare l’oro è una bella botta di fortuna, lo sarebbe ancora di più in un momento in cui questo fosse al centro di una riforma monetaria.  Santo cielo, quel signor McKinley è un vero galantuomo! Il Presidente della Provvidenza! Insomma, merita che qualcuno attribuisca il suo nome a quella montagna che si vede laggiù, quella più alta di tutte. Guarda che bella…

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Era il 1896 e il nome McKinley si trovò a sostituire quello dei Koyukon nel momento perfetto. Per farla breve, giunse il Novecento, in un giorno di settembre il vero McKinley fu ucciso a colpi di pistola da un anarchico polacco. Nel frattempo l’esploratore Cook leggeva quel nome su una neonata rivista (National Geographic), che lo attribuiva a una vetta in Alaska e pensava che avrebbe tentato di raggiungerla. La leggenda della montagna più alta degli Stati Uniti sarebbe incominciata di lì a poco.

Oggi, è di nuovo la Casa Bianca a guidare le trasformazioni onomastiche sulla cartina dell’immaginario colonizzato. L’ordine dell’amministrazione Obama è esecutivo dal 28 agosto 2015. Il monte McKinley, ri-ribattezzato Denali, ritorna ai Koyukon. Che sia un atto puramente simbolico, o che inneschi dei cambiamenti profondi, è difficile giudicarlo. Certo, fosse anche solo sul piano ideologico, fosse anche solo sul piano della comunicazione del potere, è segno che qualcosa è cambiato. Siamo stati pronti ad accogliere un primo presidente di colore: possiamo permetterci di vedere che faccia si nascondeva dietro al nome McKinley.

William McKinley

William McKinley

Storia dell’impiccato che fu salvato da un pollo (arrosto)

strada santiago

La strada di polvere bianca, d’un tratto, è invasa dal profumo di resina di pino, mescolata all’uva in maturazione. La inspiriamo a pieni polmoni e a tratti ci fermiamo a giocare con le nostre ombre proiettate di fronte a noi. Il cammino di Santiago non lesina piaceri di questo tipo, ma da qualche giorno ci eravamo rassegnati al fatto che La Rioja fosse più asciutta dei Pirenei e della Navarra. Le vigne, sparse sulle colline fin qui, erano basse, brulle e non riuscivano a offrire che poca ombra, né a fermare la polvere secca che costantemente veniva sparsa dal vento.

Ora è diverso. Qualcosa di dolce è tornato a posarsi sul camino. Percorriamo la strada bianca in solitudine, ma per la prima volta da Saint Jean Pied de Port ci sentiamo un po’ meno avventurieri e un po’ più vacanzieri. In fin dei conti, pensiamo, stiamo solo passeggiando. Il gesto più naturale e piacevole che ci sia. Le vigne si fanno sempre più rare e tra i campi di grano inizia a comparirne qualcuno di girasoli. Con spirito leggero attraversiamo Ciriñuela e poi Cirueña. Siamo così ingenui, da non sapere che quella che abbiamo varcato è la strada tracciata da un santo. Sarà una pellegrina francese a ricordarcelo:

–  Questo è uno dei tratti più…

Mima un gesto solenne. Noi rimaniamo a fissarla.

– Importante?

– Oui!, im por tan te! Questo è uno dei tratti più importanti di tutto il Cammino, – continua allacciandosi le scarpe, – è stato tracciato da Santo Domingo, quasi mille anni fa. È stato lui a curare il sentiero e a costruire il ponte sull’Oja.

E’ sorpresa. Come potevamo non saperlo?

-Quello che state per raggiungere non è un paese tra i tanti, ma la Santiago de Compostela riojana!

In effetti, non appena entriamo a Santo Domingo de la Calzada, ci accorgiamo che siamo circondati da leggende. In quella piazza, racconta uno, centinaia di anni fa arrivò un cavaliere francese. Tremava, il poveretto. Era travolto da scatti di follia. Questo perché il Diavolo si era impossessato del suo corpo e per tutto il percorso il cavaliere aveva dovuto lottare contro quel mostro interno, che lo spingeva a fermare il passo, a buttarsi per terra e a non proseguire. Ma quando vide il demonio abbandonare il suo corpo e fuggire a gambe levate, il cavaliere capì di essere nella città in cui era sepolto Santo Domingo.

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In quella via, racconta un altro, un pellegrino di nome Bernardo rimase per giorni in preghiera. Era partito dalla Francia così come la natura l’aveva fatto: cieco. Aveva percorso tutto il Cammino nelle tenebre ma, giunto qui, sentì il passo di Santo Domingo farsi vicino. Poco dopo, la luce iniziò a penetrare nei suoi occhi e il mondo a prendere forma.

Ma la nostra curiosità, ormai, ci spinge verso la cattedrale. La pellegrina francese ci aveva guardato sorridendo e aveva detto: andate a vedere cosa c’è nella Chiesa. C’est incroyable!

Quando entriamo ci sentiamo avvolgere dal profumo del legno, mentre una luce morbida si posa sul retablo intagliato nel legno e nell’oro. È proprio in questo momento che sentiamo qualcuno imitare un pollo. Ci voltiamo e non vediamo nessuno. Se non lui – il pollo. Anzi, sono due, i polli. Due polli veri, bianchi e grassocci, che ci guardano alteri, quasi offesi dai nostri occhi curiosi. Loro sono al proprio posto, nella Cattedrale, piuttosto noi. Si può sapere cosa vogliamo? Un autografo?

Usciamo come se avessimo appena fatto una figuraccia. La sera è Francesco, un hospitalero sardo, a raccontarci la storia. – Molti anni fa, – ci spiega, – passò di qui una famiglia di pellegrini. Dicono che il figlio fosse bellissimo: così bello che la figlia del locandiere si innamorò di lui. Ma venne respinta. Umiliata, nascose una coppa d’oro nella bisaccia del pellegrino e corse a chiamare il magistrato che, trovando quell’oro nella bisaccia del ragazzo, lo condannò a morte. I genitori implorarono il magistrato, ma non c’era proprio niente da fare. Rimasero a guardare il corpo del figlio pendere dalla forca e, con la morte nel cuore, ripresero la strada per Santiago. Quando mesi dopo ripassarono, sulla via del ritorno, videro il corpo del figlio ancora sospeso, sorridente. Posava le piante dei piedi sulle spalle di San Giacomo in persona. Il suo bel collo non aveva neanche avvertito la tensione della corda. Corsero dal magistrato: se San Giacomo lo aveva salvato, non poteva che essere innocente. Ma il magistrato scoppiò in una risata. Si pulì le mani dai due polli arrosto che stava mangiando e disse che il loro figlio era vivo come quel che c’era nel suo piatto.

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Miracolo!

I due polli arrosto iniziarono a tremolare, a sbatacchiare le ali. Infine si scrollarono di dosso il sughetto e via!, che presero a svolazzare per la stanza. Vennero portati nella Cattedrale del Santo. Da allora non sono mai stati spostati. E’ un segno di protezione per i pellegrini, capite?

Guardo Francesco:

– Vuoi dire che sono sempre i due polli di allora?

Francesco fa un sorriso furbo, poi intinge il pane nel sughetto del pollo e ridacchia.

– Beh, forse non proprio loro. Diciamo che sono i figli.

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L’articolo originale è stato pubblicato su Latitudes Life – Travel Magazine.

http://www.latitudeslife.com/2014/09/la-rioja-i-polli-in-chiesa-sulla-strada-del-santo/