Philippe Petit e Louis CK (o Della caduta)

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Per il mio amico Francesco (il nome è inventato, perché Francesco è una persona piuttosto schiva), il giorno più emozionante di tutta la storia dell’umanità è il 7 agosto 1974. Quella mattina, intorno alle 7 e 15, una folla di persone si radunò ai piedi del cantiere delle Torri Gemelle, indicando un pazzo sospeso a 400 metri d’altezza che, senza nessuno strumento di sicurezza, si apprestava a camminare nel vuoto su un filo d’acciaio.

Dovreste vederlo, il mio amico Francesco. Quando parla di Philippe Petit i suoi occhi si velano di lacrime. Mentre lo racconta, ha realmente la pelle d’oca e ad ogni passaggio mi batte la mano sul braccio, come se ogni volta realizzasse daccapo quanto sia stata grande l’impresa. “Il filo era lungo 60 metri, ti rendi conto?”, balbetta, “Sessanta metri che ondeggiavano nel vento, e lui lo ha percorso otto volte! Otto volte avanti e indietro: con gli uccelli che gli schizzavano a pochi centimetri dalla testa, la polizia che lo minacciava dai cornicioni, la gente là sotto che tratteneva il respiro e la sua vita… – la sua vita che ad ogni passo poteva restare in cielo come precipitare nel vuoto, ti rendi conto?”

In tutta onestà, io questa sua passione non l’ho mai capita. Francesco non va mai al circo, se vede un artista di strada tira dritto e, in generale, non ha nessuna ammirazione per chi porta la precisione nell’uso del corpo a risultati sconvolgenti. Così un giorno glielo ho detto. Ero talmente esasperato dalla sua richiesta di guardare per l’ennesima volta una raccolta fotografica della traversata delle Twin Towers, che ho dovuto chiederglielo: “Cosa mai ci trovi di così straordinario?” Lui mi ha guardato sconvolto, come se gli domandassi l’ovvio. Poi ha risposto che la mattina del 7 agosto 1974, un sacco di persone di New York arrivarono in ritardo al lavoro. “È comprensibile”, ha detto, “un uomo che cammina sul filo costringe tutti a sospendere tutto. Si fermano gli orologi, i cuori, i litigi, i corteggiamenti, i lavori. La catarsi è così totale che quando quell’uomo riporta i piedi sul solido e tu riprendi a respirare, tutto il mondo ti sembra stralunato: stravolto dalla prospettiva aerea. È una cosa grande, camminare sul filo”.

Quando Francesco mi ha detto così, l’ho capito. Se per lui Philippe Petit è tutto questo, allora io devo dire che il mio Philippe Petit era Louis CK. Per esempio quella sera di primavera del 2015, quando camminò sul filo nella puntata di chiusura del Saturday Night Live. Iniziò raccontando di John Baptist, il pedofilo che abitava nel suo quartiere quando era bambino, stava spiegando come approcciava gli adolescenti (“Vuoi venire con me al Mc Donald’s? No? Non ti piace Mc Donald’s?”), quando d’un tratto guardò il pubblico e, come se il pensiero gli fosse nato d’improvviso, domandò secco: “Per un pedofilo, quanto deve essere bello molestare un bambino?”

 

Per me fu un brivido. Di colpo vidi il mio Philippe Petit posare i piedi su un filo a 400 Stars visit Camp Arifjanmetri d’altezza, senza sicurezze (e il mio Philippe Petit era pure grasso, di mezza età e scoordinato). Lui ne era consapevole e infatti subito aggiunse: “Sto camminando sulle uova, lo so”. Dopodiché fece più o meno questo ragionamento: la cosa che a me piace di più al mondo è il bounty, ma se mi dicessero che se venissi beccato a mangiarlo pagherei quello che paga un pedofilo dopo la condanna, io rinuncerei subito a mangiare il bounty; visto che invece i pedofili insistono a molestare i bambini, allora mi chiedo quanto debba piacergli farlo.

Ha usato proprio queste parole, il mio Philippe Petit: camminare sulle uova. Solo allora mi sono reso conto di quanto camminare sulle uova sia una formula molto più poetica di camminare sul filo, o anche di camminare sui pezzi di vetro. Santo cielo! Quanta precisione, e pulizia? Quanto auto-dominio e quanta leggerezza interiore ci vogliono per mettere il proprio corpo sulle uova, farci le proprie acrobazie e infine scendere, lasciandone intatto il guscio, l’albume, fino al cuore rosso del tuorlo? E poi – poi, quanto è poetica l’affermazione implicita che, in mezzo a tutto, esistano ancora dei tuorli da proteggere?

Louie ce l’aveva fatta. Era riuscito a sospendere i battiti del mio cuore e, in quello stato di naso all’insù, mi aveva fatto avvertire quanto dev’essere schiacciante la disperazione di un pedofilo e quale fortuna (è atroce che, non di talento, ma di fortuna si tratti!) sia, invece, essere nati tra gli uomini i cui desideri non implicano abusi e autodistruzioni. Perché alla fine di quella discesa negli inferi della condizione umana, l’immagine più forte era quella del bounty: un’immagine che strappava allo stomaco risate puerili, che mostrava un Oliver Hardy rossiccio e sboccato, con la bombetta troppo piccola e il sorriso gigione, qui intento a interrompere la lettura del giornale per portarsi le mani alla bocca e mugolare di piacere a causa dell’abbinata cioccolato e cocco.

Ancora adesso, quando parlo delle sue acrobazie, io balbetto. C’era qualcosa di struggente in quelle piroette sui cuori rossi delle uova. Erano operazioni così precise, governate da un auto-dominio (tecnico ed emotivo) talmente ferreo, che davano la sicurezza per calare nel sottosuolo dell’umanità con il bisturi severo di Dostoevskij e poi di risalirne con il coraggio scanzonato di Mark Twain. TA-DAH!, il ciccione sboccato torna a terra e i gusci sono ancora interi!

Di tragedie, si trattava. E nel senso più autentico del termine: la catarsi comportava il prezzo che paga ogni folla quando mette un uomo sul filo, o un capro sull’altare, ma qui il sacerdote che affonda la lama e la bestia immolata coincidevano. Louie era al contempo creatore e vittima di una trappola di slapstick delle più micidiali, in cui le batoste, le secchiate d’acqua, le padellate in testa e i calci in culo scrosciavano sempre, e solo, sulla sua coscienza isolata. Erano i calci in culo di tutti, intendiamoci, ma su quel palco li prendeva solo lui. Come quando al Beacon Theater si mise a parlare di egoismo, lamentando quanto questa sia una civiltà terribile in cui le persone (caratterizzate nel monologo con una voce lagnosa e insopportabile) sanno cosa servirebbe fare per far funzionare meglio le cose, ma ritengono di non poterlo fare se ciò comporta la rinuncia alla loro cosa preferita, fosse anche la loro seconda cosa preferita. La civiltà, appunto: è la città intera ad essere corrotta. Ma nel monologo del Beacon, di agnello, ce n’è uno solo: Louie, che come uno stronzo di prima categoria noleggia un’auto e poi l’abbandona a pochi metri dall’agenzia, correndo a prendere il volo per sistemare i propri affarucci e, a quel punto, maltrattando al telefono il povero impiegato della Hertz che cerca di salvare la situazione. Il ragionamento dello stronzo è messo a nudo: “Ho capito che potevo farlo, quindi l’ho fatto. Vorrei essere un uomo migliore, ma col tempo peggioro.”

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Forse la formula camminare sulle uova ha qualcosa in comune con quella di arrampicarsi sugli specchi. Il mio Philippe Petit era un mostro di talento a contorcersi con goffaggine e inadeguatezza per non precipitare su una scenografia lucida che proiettava ogni dettaglio imperfetto della sua figura. O, ancor di più, con l’immagine di vivere sugli alberi. Vicino alla società, ma dalla distanza, come una coscienza inevitabilmente condannata a una certa separatezza, conscia che questo è il prezzo da pagare affinché il gioco funzioni: l’isolamento, perché, come scrisse qualcuno a proposito di Cosimo Piovasco di Rondò, l’ironia è figura retorica della distanza. Ci vuole un gran coraggio, per accettare l’isolamento senza riscattarlo con l’auto-compiacimento della tragedia, ma piuttosto sottoponendolo alla pressione insopportabile di essere isolamento goffo, inadeguatezza, come sembra raccontare il maggiore topos delle sue tragedie: l’onanismo sfrenato.

C’è uno sketch particolarmente chiaro. In un programma televisivo viene allestito un dibattito sulla masturbazione. Da una parte c’è una giovane, e carina, attivista di un movimento religioso; dall’altra, Louie: i pochi capelli arruffati, il corpo segnato dalla mezza età e sotto al suo volto l’etichetta devastante: “Louis CK, persona che si masturba molto”. Con una battuta, il presentatore accenna alla molla che dà carica tragica allo sketch: “Vedi Louie, non è stato facile trovare qualcuno che si assumesse questo ruolo”. A parte ciò, almeno per una volta la partita sembra aperta, perché la ragazza è talmente stucchevole e bigotta che le provocazioni di Louie si muovono con baldanza, precisione, gloria. Dissacrano lei, Dio e tutta la storia degli uomini, compresi Shakespeare e Gandhi. Per una volta, stiamo per pensare, il capro non è lui. Finché la ragazza non gli chiede: “E da uomo solo, sei felice?” SDENG! Lo slapstick ricade sul povero corpo di Louie. La sicumera si tramuta in balbuzie. Poi la padellata lo tramortisce definitivamente e lo sketch si conclude con quella che sembra una citazione del vecchio topos di Stanlio: il primo piano di un volto piangente, che però questa volta riguarda uno Stanlio privo di innocenza, al quale non è consentito singhiozzare come un bambino, ma solo incassare la testa nelle spalle per rimuginare la propria vergogna nell’attesa di tornare a casa e lasciarsi andare a quella solitudine ormai denudata.

E ora, cosa è successo a Louie? Di colpo abbiamo sentito CRACK e ci siamo trovati di fronte al rosso sparso sul pavimento, ai suoi piedi macchiati, e lui è lì, che ancora incassa louie4le spalle ma, questa volta, parla: “Non c’è niente di tutto ciò che mi perdoni”. Non può essere. Il suo nome non può comparire nelle stesse sezioni dei giornali in cui si parla degli scandali di Hollywood, di quei maschi onnipotenti e arroganti che suscitano l’odio che nei monologhi di Louie suscitavano gli egoisti. In effetti, la questione è più sottile, la caduta (che c’è stata, e fa un gran male scriverlo) non è avvenuta da un trono, ma da un filo: “Il potere che avevo su quelle donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere”. Lo ha scritto in una lettera aperta che sembra la sintesi contenutistica di tutta la sua produzione: impietosa, priva di ogni auto-indulgenza, ma anche struggente nello sforzo di salvare i pochi tuorli che, forse, ancora non sono andati distrutti. “Ho passato la mia lunga e fortunata carriera dicendo tutto quello che volevo, ora farò un passo indietro e mi prenderò del tempo per ascoltare.”

I passi indietro, sul filo, sono difficilissimi. Come lo sono sulle uova, sulle pareti di specchi e sui rami degli alberi. Perché se l’ironia è figura retorica della distanza, ora che si è rotto il giocattolo retorico il sacrificio di quel capro smette di essere esilarante. Se Stan Laurel sta piangendo sul serio, allora non è più Stanlio, ma Edipo, alla meglio Amleto. Ora che la maschera di Louie è cambiata, di colpo ci aspettiamo un altro finale: ascoltandolo, speravamo di trovarci aggrappati finalmente a una mongolfiera e librarci in cielo, adesso sappiamo che non succederà, perché quello che avverrà, se avverrà, sarà a partire dal capitombolo, dalla caduta nel vuoto, sarà secondo le leggi della gravità.

A costo di svelare sul finale il senso, ovvio, della metafora, il punto è che la produzione artistica di Louis CK era creazione autenticamente umanistica. Al centro c’era la condizione umana: le sue miserie, le sue possibilità. Ora che il portatore di quella ricerca sta precipitando, cosa sarà di quei contenuti?

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Dialogo tra Al Baghdadi e un martiriando alle macchinette del caffé

 

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-Scusa, Al! Ti posso parlare un attimo?

– Oh, ciao… ehm… carissimo! Guarda, mi hai preso proprio in un momentaccio.

– E’ da sei mesi che me lo dici, Al. Ma io ho proprio bisogno di parlarti adesso.

-Okay, okay, ma non possiamo fare domani?

-Al, io stasera mi faccio esplodere. Non credo che domani sarò dell’umore.

– …

-Vedi? Non ti ricordavi neanche che oggi mi faccio esplodere…

-Ma no, cosa dici, salame! E’ solo che – che giorno è oggi, giovedì? Ecco, ero convinto che fossimo a martedì. Realizzo adesso che allora non ho neanche fatto gli auguri a Fatima. Sarà inviperita. Per dire, sono settimane di fuoco!

-Al, a me non piace fare polemiche, lo sai. Ma le cose non sono andate esattamente come me le avevate prospettate sei mesi fa. Mi sembrano molto meno, come dire? Molto meno poetiche. Mi avevate parlato di Assoluto. Della Luce che acceca Abramo. Di una Fiammata Totale e Definitiva.

-Be’, certo. E cosa non ti torna in questi minuti in cui sfrigoli come una miccia di dinamite?

-Ecco, vedi… mi sento ridicolo ad averlo creduto, ma… Credevo che l’aveste detto solo a me

-Oh, patata…

-Vedi, Al… Quella mattina, quando mi avete fermato per strada, il tutto aveva una sua poesia. Mi ha fatto sentire speciale. Poi sono arrivato qui e ho fatto tre ore di coda per iscrivermi. Mi avete pure chiesto la ricevuta del versamento. Neanche volessi farmi esplodere senza saldare la tuta nera. Ecco, Al: in quel momento ho guardato i miei sogni e mi sono sentito ingenuo come uno scrittore esordiente nella coda per scrittori esordienti del Salone del libro a Torino.

-Via, adesso stai drammatizzando, Abdelkader!

-Mi chiamo Abderrahim, cazzo, Abderrahim!

-Abderrahim, scusa! Te l’ho detto che sono cotto in questi giorni. Ma non devi essere così negativo, se sei qui è perché Iddio sa che sei una creatura speciale.

-L’avete detto anche a Walyullah. Ed è stupido come una gallina.

-Ma no, dai, Walyullah non è così stupido.

-Per spiegargli quante sono 72 vergini avete dovuto fargli appiccicare tante api su un cartellone. E alla fine ha commentato dicendo: “ellamadonna!” L’altro ieri si è incendiato la barba cercando di accendersi una sigaretta nel forno. I giornali hanno detto che l’attentatore era Zorro.

-Okay, okay, Walyullah non è il Lupin della Jihad, ma questo non deve far sentire svalutato te.

-Ma dio bono, Al, secondo te come si sarebbe sentito Abramo se giunto sul monte Moriah avesse trovato il suo vicino stupido che si sfilava il coltello dal marsupio e gli diceva: “ehy, Abe! Anche tu qui, YUK YUK!”

-Te l’abbiamo già detto: il fatto è che il Signore opera per vie misteriose…

-Più che per vie misteriose, a me sembra che peschi a strascico nelle rogge. E proprio questo è il punto, Al. La non-eccezionalità di questa baracca, il suo essere prosaica come tutto il resto.Il maledetto piattume. Io ero un nichilista, Al. Andare a vedere Star Wars con la maglietta di Obi Wan Kenobi mi sembrava il massimo che si potesse spremere dal senso della vita. Poi voi mi avete dato una ragione. Mi avete fatto vedere una Luce eccezionale. Cruenta e definitiva, d’accordo, ma assoluta. E mi avete detto che era la mia Luce. Era Dio che mi parlava nell’orecchio: a me, Abderrahim! A me non piace fare polemiche, Al, lo sai. Però solo nell’ultimo mese Dio ha parlato nell’orecchio a 19 persone. Non è un Ente Imperscrutrabile. E’ un call center. Per far fronte a tutti questi martiri sta sfornando più vergini che camicie dell’HM. Fino a qualche anno fa, l’idea del suicidio era bella, ma poi avete voluto cavalcare il trend positivo e l’avete massificata, capisci? Ero qui per trovare me stesso, fuori dalla massa, tramite un gesto assoluto per l’Assoluto. Mi ritrovo punto e a capo, nel maledetto piattume. Nella maledetta prosa. Io stasera mi infilerò con un apecar alla sagra dell’oca e la mia ex neanche saprà che sono io.

-Le parlerò di persona, Abdelkader.

-ABDERRAHIM, PORCA TROIA!, SONO ABDERRAHIM!

-Abderrahim, certo, certo… è che ti confondo sempre con tuo fratello.

-MIO FRATELLO SI CHIAMA ABDUL-HASIB!

-Hai ragione, scusa! Bravo ragazzo. Salutamelo tanto!

-MA SE E’ ESPLOSO IERI IN UN PENNY MARKET!

-Scusa, scusa, è vero! Te l’ho detto che sono rimasto a martedì! Eh eh, mi farei esplodere al tuo posto per non beccarmi Fatima stasera! Senti, rimaniamo così. Oggi, alla sagra dell’oca, mandiamo…ehm… coso, quello con gli occhialetti. O quell’altro che starnutisce strano, là. E tu ti calmi un attimo, okay? Ché non mi piace saperti musone nel giorno più importante della tua vita.

-No, no, Al. Oramai mi sono imbottito di Captagon. O faccio una strage in nome di Dio o rifondo i Rolling Stones. Però sia messo a verbale questo: da fuori potrà sembrare un Grande Suicidio, ma la verità è che sono morto dentro. Brillerò, ma con grigiore.

Radio-intervista al Posto delle parole

Per chi l’avesse persa e fosse interessato, ecco la registrazione della puntata del Posto delle parole dedicata a Fortunale.

Elia Rossi “Fortunale”

Buon ascolto!

 

La crociata de’ piagnoni

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Uno prova ad avanzare nella polvere sollevata, ma non ci trova nulla. Centinaia di cavalieri inesistenti, con la spada sguainata. Il volto sconvolto dall’offesa subita. Ma la crociata non esiste. Gerusalemme è vuota. Non ci sono invasori da scacciare né sangue da lavare. Eppure la Crociata va avanti: furibonda, violenta, sempre più numerosa. C’è chi entra come cavaliere inesistente e torna come eroe. Si producono milioni di pacche sulle spalle. Applausi al bar. “Gliel’abbiamo fatta vedere!”, grida uno. “Severi, ma giusti”, pondera qualcun altro, col gusto del tormentone.

Ma non si sa di chi stiano parlando. Perché il nemico non esiste. Le spade sono state sguainate contro il vento. Il primo ha gridato qualcosa di confuso, gli altri lo hanno seguito. Poi hanno retto la scena. E’ la crociata de’ cazzari. Anzi: de’ piagnoni. Calvino scriveva che nell’esercito di Carlomagno non è necessario esistere per essere dei cavalieri valorosi. Basta la forza di volontà (la superficiale, e priva di introspezione, forza di volontà). Nelle crociate di Novara ci vuole la forza di volontà per piangere. Bisogna cercare pretesti che urtino una qualche forma di sensibilità. A quel punto scattare: furibondi e isterici. Dichiararsi pubblicamente turbati. Portare le mani al volto e strillare che ci si sente feriti da tanta volgarità, tanto razzismo, tanto ritorno al medioevo. Più si piange, più si dimostra di aver ragione. Anche se in dieci milioni di miliardi di lettere versate sui social non è stato espresso un cazzo di pensiero, tenuto insieme con colla e sputo, fa niente. Se ci si dichiara sconvolti, amareggiati, turbati, feriti nel proprio (non meglio definito) senso civico, beh: questo vale come opinione. E’ da considerarsi un pensiero.

La realtà non conta: conta la moltitudine di chi si aggiunge al coro del pianto. Fatti inesistenti possono diventare reali. La mistificazione è totale, ma eccita e produce scopi. Non importa che sia evidente: le bugie collettive sono come la Frontiera, basta fottersene dei modi e c’è terra per tutti. Ognuno conquista un ruolo nel dibattito. Ha la possibilità di dire frasi mirabolanti e difendere principi giganteschi.

Per esempio con un articolo di giornale. I fatti: un gruppo di imbecilli scrive sui social che se quello affogato nel Ticino è un marocchino, allora gli sta bene. E’ una notizia. Perché lo stesso sindaco interviene esprimendo il suo disagio per quella reazione razzista. Essendo una notizia un giornale la racconta. Riporta nei virgolettati le frasi dei (veri, concreti, esistenti) razzisti (“uno di meno”, “potevano lasciarlo lì” e bla bla bla), intervista il sindaco e, in aggiunta, dà voce a commenti più ragionevoli. Non c’è dubbio che il senso della notizia sia questo: la morte di un uomo di origine marocchina scoperchia un vaso di pandora di razzismo.

E’ un grande nulla: non ci sarebbe niente da dirci. Ma siamo sotto Ferragosto e Ivan de Grandis dev’essere a Fregene, perché qua non si esibisce da un bel po’. E’ una noia mortale. C’è un’afa pazzesca. E l’inesistenza dei cavalieri inizia a bollire nel soffoco dell’armatura. Ci vogliono endorfine, ci vuole una battaglia. Così quell’articolo capita a fagiolo. Certo, va mistificato di brutto. Ma per fare questo basta metterci quella definitività fascista, quella che porta a dire che in un articolo le virgolette sono secondarie. Roba da finocchi che non hanno il coraggio della propria opinione. Se ancora non basta, si può tagliare la testa al toro: evitare di leggere l’articolo. Anzi: trasformare la non-lettura di un articolo in un esercizio di dieta morale. Di modo che non averlo letto non sia un limite che impedisce di condannarlo, ma al contrario: la miglior conferma che si è abbastanza puri per mandarlo al rogo. Ora la crociata de’ piagnoni può iniziare. Assalto della fanteria, con voce tremante e mani sugli occhi: “Oh. My. God. Sono. Sconvolto. Da. Un. Simile. Razzismo. Dei. Giornalisti…” (applausi, commozione: primo castello conquistato). Passaggio della cavalleria (quelli più fini): “deprimente, è un clima che si respirava già in fase pre-elettorale” (la gioia serpeggia: Gerusalemme è accerchiata). E infine i chierici che benedicono la vittoria, quelli che ci sanno fare con le parole: “è vero. Non ho letto l’articolo, ho solo visto il titolo in foto. Ma a Novara il livello è basso e la gente media guarda solo i titoli. Quindi, leggendo solo il titolo, io condanno l’articolo perché produrrà effetti brutti sulle persone che leggono solo il titolo”. Altro che Dio dalla nostra parte. Con un apparato mistificante così intricato e testardo, la legittimità della crociata è in una botte di ferro. E infatti stanno già tornando i primi eroi vittoriosi. Piovono i Mi piace, esplodono le condivisioni. I cacasotto rimangono intorno al fumo, per sferrare almeno un colpo. Uno strilla: “il giornale ha dichiarato di essere contro il razzismo, è la conferma che avevano la coscienza sporca. Andiamo a insultarli ancora po’”.

Ora tutti a casa di Goffredo: offre spritz ai combattenti. Ci stringeremo le mani e ci diremo che siamo stati dei veri progressisti. Degli intellettuali di sinistra che hanno difeso i principi dell’antirazzismo. Delle persone civili, che rappresentano la parte migliore di questa città stupida e razzista. L’armatura che indossiamo lo dimostra. Quindi non togliamola. Mai. Perché vedremmo cosa c’è sotto. Una volta citavamo il tale, che ricordava che sentirsi offesi non dimostra che si ha ragione. Oggi ci inventiamo pretesti per dirci offesi. E la viviamo come un’opinione. Qualcosa che trasforma le battaglie vere (come quelle antirazziste) in buffonate che ci fanno sentire qualcuno. Che ci fanno vincere sempre le guerre, senza dover combattere mai.

(L’aspetto più triste è che alla fine di questo articolo io devo esplicitare che sono un radicale di sinistra e un antirazzista. Perché qui la cappa è pesantissima, compagni. )

Io so e ho le prove, ma preferisco la photogallery

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Alla fine degli anni Sessanta, l’Italia era schiacciata dall’attualità. Le bombe sui treni, quelle nelle piazze, i partiti e i movimenti che iniziavano a perdere le coordinate ideologiche di riferimento. Tutto ciò sullo sfondo, paranoico, dei servizi segreti deviati, di un golpe imminente o, forse, di un golpe già avvenuto. E poi i primi sintomi del boom economico: il paesaggio che cambiava, la classe contadina scomparsa, i consumi che disponevano nuovi e inafferrabili modelli di vita. Insomma: l’Italia era cambiata. Si trovava ormai al di là di una cesura storica. Tuttavia questo intreccio di tensioni non riusciva a essere compreso. Il cambiamento guidava, senza poter essere guidato. Plasmava la quotidianità e ogni discorso, senza poter essere plasmato. L’attualità, appunto, era schiacciante.

Chiunque ricorderà gli interventi di Pasolini. Il suo sforzo di una sintesi. Per esempio quell’articolo sul Corriere della Sera, passato alla storia per il “processo al Palazzo”. Pasolini si impegnò in un’impresa titanica: quella di ricondurre la visione dispersiva dell’attualità a una lettura storica. Sintetica, appunto. Si trattava, scriveva, di processare la Democrazia Cristiana. Di formalizzare dei capi d’accusa (che andavano dalla responsabilità nelle stragi, all’intrallazzo con banchieri, mafiosi e servizi segreti stranieri), per vedere la forma del cambiamento (citobrigate rosse: “degradazione antropologica degli italiani (…), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne…”). Quella di Pasolini non era una fame di giustizialismo, ma una precisa volontà di interpretazione, di chiarimento del presente al fine di rielaborarlo e possederlo. Quella cesura storica altro non era che un cambiamento di Potere. E il Processo era un modo per vedere la faccia del Nuovo potere. Un modo come un altro per riordinare i fatti e restituire all’opinione pubblica la comprensione del proprio presente. Cioè, del proprio futuro. Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?”

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Tuttavia, come non ricordare l’immagine di frustrazione con cui Pasolini ci ha lasciati: “io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. La verità che ha imposto quel cambiamento (e che, in questo modo, ha determinato decine di anni di vita quotidiana degli italiani), alla fine, è rimasta nascosta. Soffocata dalle parole scomposte, dai fatti disordinati, dagli articoli disorganizzati e frammentari.

Anche oggi ci sentiamo schiacciati da un’attualità tanto pressante quanto inafferrabile. I golpe, le stragi, i governi alle porte d’Europa che cadono e si riorganizzano su valori che non riusciamo ad afferrare. La paranoia di interventi occidentali occulti altrove, guidati da interessi che ci sfuggono. E quella di manovre terroristiche segrete qui.wash Anche oggi, tutto questo, ci sa di nuovo equilibrio storico, di “qualcosa di grosso” che si sta muovendo e che condizionerà gli anni che abbiamo davanti. Tuttavia, oggi abbiamo gli elementi per un processo (almeno politico e intellettuale) al Palazzo responsabile di questo cambiamento. Mi riferisco alle conclusioni del Rapporto Chilcot. 150 mila documenti analizzati in sette anni e quel “sapere di cui non avevamo le prove” assume una forma. Non la forma definitiva, non il disegno ultimo. Ma almeno c’è un primo accesso a ciò che è avvenuto: la decisione precipitosa del Regno Unito di seguire gli Stati Uniti in una guerra; l’assenza di basi giuridiche ed elementi forti che giustificassero quella guerra e, soprattutto, la presenza di documentazione che forniva tutti gli strumenti per averne la consapevolezza. Il fatto che tutto questo avrebbe minato l’autorevolezza dell’Onu. Infine: la presenza di analisi che rendevano prevedibili nuovi equilibri politici internazionali, fondati su gruppi terroristici, armati dalla  fine dell’esercito iracheno.

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Per citare Pasolini: abbiamo almeno un pezzo di quel che è necessario sapere affinché i prossimi dieci anni della nostra vita non ci siano sottratti, come ci sono stati sottratti i dieci trascorsi. Abbiamo il principio di una sintesi nel marasma di eventi frammentari. Quel potere le cui decisioni escono distrutte dal Rapporto Chilcot è ancora al potere? Gli uomini di quelle decisioni sono gli stessi di oggi? Le visioni politiche di quei mesi sono le stesse di questi nostri mesi?

Ma noi scegliamo di non guardare le carte del Processo. Di non formalizzare nessun capo d’accusa al Palazzo. Gli articoli sul Rapporto Chilcot sono velocemente scomparsi dalle prime pagine dei giornali. E ciò non per un golpe dell’informazione. Ma per disinteresse. Per assenza di click, convogliati tutti sulle photogalleries dei morti. Delle chiazze di sangue sull’asfalto. Dalle biografie commosse delle vittime. Oppure dalle indiscrezioni sulla vita privata degli attentatori, che avevano vite “senza freni”, fatte di alcol, droga, amanti, omosessualità. Lo sforzo apparente è quello di comprendere il presente. Ma nessuno usa i dati del Rapporto Chilcot, al momento unica roccia su cui arrampicarsi per uno sguardo alto sull’attualità. Per una connessione tra gli effetti (i morti ammazzati) e le cause (le responsabilità politiche del Palazzo).

Chi è il responsabile di questa non volontà di sintesi? Il giornalismo, che dà ai suoi lettori urtare.jpgquello che vogliono anche se non è ciò che realmente serve loro? O i lettori, che glielo chiedono? E quali sono le ragioni di questo fatto? Intendo dire: del fatto che alla chiarezza della visione aerea preferiamo l’angoscia dello sguardo frammentario e soffocante. Il naufragio impotente nell’attualità. Il non possesso intellettuale e politico del nostro presente, compensato da immagini potenti con cui saturiamo la nostra informazione. Quali sono le ragioni di questo fatto?

Lettera a Ivan de Grandis sui limiti dello showbiz

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Caro Ivan de Grandis,

alla fine hai sfondato, te ne rendi conto? Sei finito sui giornali nazionali. Applaudito, fischiato, ricercato e respinto. Hai ottenuto l’occhio di bue e il silenzio elettrico: ci senti? Siamo tutti qui ad aspettare la battuta. Daccela. O tra un po’ voleranno i reggiseni e le noccioline. Adesso hai la popolarità di Buonanno, con la differenza che tu non ti sei ancora tolto i pantaloni. Né sei andato in televisione armato. Certo, ora devi conservare il fiato, perché the show must go on ed è un attimo trovarsi soli a constatare il bell’aforisma che il successo è il participio passato di succedere. Ma sappiamo che non sarà così per te: sei arrivato fin qui e hai ancora una camicia che ti copre l’ombelico, nessun pesce morto in mano, né cartonati della tua sagoma sparsi per le strade. Dio sa quanti conigli hai ancora nel cilindro! Dio sa quanto ancora ci farai divertire!

Ivan de Grandis, io sono il tuo primo fan. Adoro la tua generosità sul palco. La santità con cui sacrifichi la tua faccia per saziare la nostra fame di gesta massmediatiche. Novara è malata e tu sei il suo Patch Adams. Le tue performance ci fanno sentire bene. Prendi quelli di noi che si definiscono “di sinistra”. Quando c’era Ballaré eravamo scissi, scomposti, schizofrenici e litigiosi. Eravamo dei superficiali, conformisti e mediocri, con problemi di stima e identità. Ora tu sei passato a trovarci. Hai cantato e ballato fino a farci intravedere la carne sotto alla camicia sudata. E noi ti ringraziamo. Noi adesso stiamo meglio. Ivan de Grandis tu hai messo in moto le nostre endorfine e noi sembriamo più giovani di vent’anni. Ci basta aprire facebook, leggerti e fare la faccia sconvolta, ché già iniziamo a darci pacche sulle spalle tra di noi. Adesso andiamo a dormire sereni, con quella sensazione di identità pulita e intelligente.

Ivan de Grandis io ti voglio bene. Riesco solo a immaginare quanto dev’essere dura fingersi sprezzanti e aggressivi per trasformare l’attenzione degli altri in stimolo a diventare persone migliori. Persone migliori di te, ma in questo modo persone migliori di se stesse prima di conoscerti. Lo ripeto, Ivan de Grandis: c’è qualcosa di santo nella tua generosità. Solo Balotelli deve sapere come ti senti alla sera, quando ti togli il trucco e ti appoggi al lavello per aprire una scatoletta di tonno. Io lo so, che a quel punto chiudi bene le finestre e lasci che la tua anima di colibrì sfarfalli per la stanza. La guardi sorridendo e ti chiedi se non la stai maltrattando troppo. Se la tua missione non sia troppo per quel colibrì ipersensibile che hai nel petto. Sì, solo Balotelli deve sapere come ti senti. O Lino Banfi prima di diventare ambasciatore dell’Unicef. Ma tu non cederai mai alla fragilità di Lino Banfi. A te lo show business non ti comprerà mai con la vanità. Tu metterai sempre le nostre anime prima della tua, Ivan de Grandis. Tu sei altruista. Come Lenny Bruce. O Marilyn Manson.

Tu hai capito che farti odiare dalle persone che si autodefiniscono di buon senso, ragionevoli e progressiste è il modo migliore per stimolare i loro valori. Per andare oltre la patina del politicamente corretto. Di ciò che sembra “buono”, ma è solo “carino”. Guarda cos’hai fatto con la tua ultima performance, quella in cui hai deriso la vittima di una strage terroristica. Hai spinto le persone di buon senso, ragionevoli e progressiste a scrivere all’autorità cittadina, per chiederle di intervenire contro la volgarità e le opinioni offensive e demoniache. Ivan de Grandis tu hai provocato dei progressisti a parlare da conservatori. Li hai fatti precipitare nella guerra e nell’oscenità, per vedere se riuscivano a non perdere l’aplomb di progressisti.

Io lo so, che a te piace Pasolini. Hai applicato il suo principio secondo cui il compito dell’intellettuale è istigare al dissenso da sé. La tua svolta satirica, Ivan de Grandis, è stata geniale. Lo so, i numeri di satira non andrebbero mai spiegati, ma i tuoi sono troppo ricchi per non meritare uno sforzo divulgativo. Come quando ti sei opposto alla richiesta dei musulmani di avere un’area del cimitero. Evitare di seppellire i nemici, Ivan de Grandis! Con il tuo citazionismo hai trasformato Novara in un’agorà e ci hai fatto sentire come Antigone che si oppone a Creonte. O come quando hai fatto scacciare un vucumprà dai vigili e hai posato sulla carcassa delle sue carabattole di disperato come Achab poserebbe sul cadavere di Moby Dick. Il gesto geniale, dissacratore e anti-ideologico, è stato buttarla in politica. Scrivere che quel gesto era un segno del cambiamento di mentalità della nuova amministrazione. Noi del pubblico ci siamo divisi tra chi si esaltava per questo cambiamento politico e chi lo aborriva, rimpiangendo la politica precedente. E tu ridevi sotto ai baffi, Ivan de Grandis, per averci smascherato di nuovo. Per averci messo di fronte al fatto compiuto che tutti confondevamo un’operazione dei vigili urbani con un’espressione del potere politico. Come se non avessi potuto chiamare quei vigili anche prima di essere diventato consigliere. Da cittadino anonimo. Come se i vigili fossero pedine della politica e noi tifosi che a ogni stagione decidono se tifarli in base alla casacca. Ivan de Grandis tu hai denudato la nostra superficialità istituzionale e la nostra tifoseria politica.

La ragione per cui ti scrivo, Ivan de Grandis, è per dirti che adesso cercheranno di rovinarti lo spettacolo. I tuoi detrattori ti misureranno le parole con la ferocia con cui seguono ogni nuova intervista a Fabrizio Corona. Gli amici cercheranno di proteggerti. Ti suggeriranno una saggia auto-censura, spingendoti a scrivere su facebook frasi ragionevoli e intelligenti. Sappi che se cederai alla tentazione dell’intelligenza vedrai l’occhio di bue spostarsi. Lo show tirerà avanti sul numero di qualcun altro, che magari regge in un solo colpo una spigola e una pistola mentre salterella in un mutande.

Lo sai, che quello dello showbiz è un gioco duro. La ragione per cui ti scrivo, Ivan de Grandis, è per dirti che come tuo fan numero uno non ti giudicherò se non reggerai questa durezza. Mi rincuora saperti sul palco. Mi fa sentire bene. Mi piacciono le pacche sulle spalle che ci diamo mentre tu sei solo a scrivere su facebook. Ma so che non posso chiederti un sacrificio così grande. So che anche tu hai voglia di tornare a casa una sera e toglierti il cerone una volta per tutte. Mettere il tonno a sgocciolare nel lavandino e guardare la tua anima di colibrì che vola. Libera, finalmente. Può darsi che a quel punto ti prenderà un po’ di malinconia. Se è troppo forte: chiamami, Ivan. Io sarò lì con te e ti restituirò il sorriso, amico.

Con affetto e stima.