Presentazione al Circolo dei Lettori

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Sabato 8 ottobre, alle 18, presenterò Fortunale al Circolo dei Lettori di Novara, insieme ad Alessandro Barbaglia.

 

 

lazzarelli

 

L’evento è organizzato con la collaborazione della Libreria Lazzarelli di Novara.

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Ovviamente, sarò felice di vedervi! 

Fortunale su VideoNovara

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Oggi sono stato negli studi di “Incontro con l’autore” di Federica Mingozzi, per parlare di Fortunale.

Non perdete la messa in onda, perché all’8 minuto veniamo interrotti da un polipo ballerino che canta i numeri del lotto.

Le puntate andranno in onda: LUN 19 alle 19, MERC 21 alle 17, VEN 23 alle 10.45, su VideoNovara (canale 21 oppure 05 per Novara e 43 per Vercelli).

La crociata de’ piagnoni

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Uno prova ad avanzare nella polvere sollevata, ma non ci trova nulla. Centinaia di cavalieri inesistenti, con la spada sguainata. Il volto sconvolto dall’offesa subita. Ma la crociata non esiste. Gerusalemme è vuota. Non ci sono invasori da scacciare né sangue da lavare. Eppure la Crociata va avanti: furibonda, violenta, sempre più numerosa. C’è chi entra come cavaliere inesistente e torna come eroe. Si producono milioni di pacche sulle spalle. Applausi al bar. “Gliel’abbiamo fatta vedere!”, grida uno. “Severi, ma giusti”, pondera qualcun altro, col gusto del tormentone.

Ma non si sa di chi stiano parlando. Perché il nemico non esiste. Le spade sono state sguainate contro il vento. Il primo ha gridato qualcosa di confuso, gli altri lo hanno seguito. Poi hanno retto la scena. E’ la crociata de’ cazzari. Anzi: de’ piagnoni. Calvino scriveva che nell’esercito di Carlomagno non è necessario esistere per essere dei cavalieri valorosi. Basta la forza di volontà (la superficiale, e priva di introspezione, forza di volontà). Nelle crociate di Novara ci vuole la forza di volontà per piangere. Bisogna cercare pretesti che urtino una qualche forma di sensibilità. A quel punto scattare: furibondi e isterici. Dichiararsi pubblicamente turbati. Portare le mani al volto e strillare che ci si sente feriti da tanta volgarità, tanto razzismo, tanto ritorno al medioevo. Più si piange, più si dimostra di aver ragione. Anche se in dieci milioni di miliardi di lettere versate sui social non è stato espresso un cazzo di pensiero, tenuto insieme con colla e sputo, fa niente. Se ci si dichiara sconvolti, amareggiati, turbati, feriti nel proprio (non meglio definito) senso civico, beh: questo vale come opinione. E’ da considerarsi un pensiero.

La realtà non conta: conta la moltitudine di chi si aggiunge al coro del pianto. Fatti inesistenti possono diventare reali. La mistificazione è totale, ma eccita e produce scopi. Non importa che sia evidente: le bugie collettive sono come la Frontiera, basta fottersene dei modi e c’è terra per tutti. Ognuno conquista un ruolo nel dibattito. Ha la possibilità di dire frasi mirabolanti e difendere principi giganteschi.

Per esempio con un articolo di giornale. I fatti: un gruppo di imbecilli scrive sui social che se quello affogato nel Ticino è un marocchino, allora gli sta bene. E’ una notizia. Perché lo stesso sindaco interviene esprimendo il suo disagio per quella reazione razzista. Essendo una notizia un giornale la racconta. Riporta nei virgolettati le frasi dei (veri, concreti, esistenti) razzisti (“uno di meno”, “potevano lasciarlo lì” e bla bla bla), intervista il sindaco e, in aggiunta, dà voce a commenti più ragionevoli. Non c’è dubbio che il senso della notizia sia questo: la morte di un uomo di origine marocchina scoperchia un vaso di pandora di razzismo.

E’ un grande nulla: non ci sarebbe niente da dirci. Ma siamo sotto Ferragosto e Ivan de Grandis dev’essere a Fregene, perché qua non si esibisce da un bel po’. E’ una noia mortale. C’è un’afa pazzesca. E l’inesistenza dei cavalieri inizia a bollire nel soffoco dell’armatura. Ci vogliono endorfine, ci vuole una battaglia. Così quell’articolo capita a fagiolo. Certo, va mistificato di brutto. Ma per fare questo basta metterci quella definitività fascista, quella che porta a dire che in un articolo le virgolette sono secondarie. Roba da finocchi che non hanno il coraggio della propria opinione. Se ancora non basta, si può tagliare la testa al toro: evitare di leggere l’articolo. Anzi: trasformare la non-lettura di un articolo in un esercizio di dieta morale. Di modo che non averlo letto non sia un limite che impedisce di condannarlo, ma al contrario: la miglior conferma che si è abbastanza puri per mandarlo al rogo. Ora la crociata de’ piagnoni può iniziare. Assalto della fanteria, con voce tremante e mani sugli occhi: “Oh. My. God. Sono. Sconvolto. Da. Un. Simile. Razzismo. Dei. Giornalisti…” (applausi, commozione: primo castello conquistato). Passaggio della cavalleria (quelli più fini): “deprimente, è un clima che si respirava già in fase pre-elettorale” (la gioia serpeggia: Gerusalemme è accerchiata). E infine i chierici che benedicono la vittoria, quelli che ci sanno fare con le parole: “è vero. Non ho letto l’articolo, ho solo visto il titolo in foto. Ma a Novara il livello è basso e la gente media guarda solo i titoli. Quindi, leggendo solo il titolo, io condanno l’articolo perché produrrà effetti brutti sulle persone che leggono solo il titolo”. Altro che Dio dalla nostra parte. Con un apparato mistificante così intricato e testardo, la legittimità della crociata è in una botte di ferro. E infatti stanno già tornando i primi eroi vittoriosi. Piovono i Mi piace, esplodono le condivisioni. I cacasotto rimangono intorno al fumo, per sferrare almeno un colpo. Uno strilla: “il giornale ha dichiarato di essere contro il razzismo, è la conferma che avevano la coscienza sporca. Andiamo a insultarli ancora po’”.

Ora tutti a casa di Goffredo: offre spritz ai combattenti. Ci stringeremo le mani e ci diremo che siamo stati dei veri progressisti. Degli intellettuali di sinistra che hanno difeso i principi dell’antirazzismo. Delle persone civili, che rappresentano la parte migliore di questa città stupida e razzista. L’armatura che indossiamo lo dimostra. Quindi non togliamola. Mai. Perché vedremmo cosa c’è sotto. Una volta citavamo il tale, che ricordava che sentirsi offesi non dimostra che si ha ragione. Oggi ci inventiamo pretesti per dirci offesi. E la viviamo come un’opinione. Qualcosa che trasforma le battaglie vere (come quelle antirazziste) in buffonate che ci fanno sentire qualcuno. Che ci fanno vincere sempre le guerre, senza dover combattere mai.

(L’aspetto più triste è che alla fine di questo articolo io devo esplicitare che sono un radicale di sinistra e un antirazzista. Perché qui la cappa è pesantissima, compagni. )

La satira fa schifo

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Forse qualche ragione ce l’aveva, il tanto bistrattato Daniele Luttazzi. Almeno quando parlava di una satira che sta diventando un fenomeno fascistoide.

Un esempio tra gli altri: l’altrettanto bistrattato Schwazer.  Cinque minuti dopo che la Gazzetta aveva pubblicato la notizia della sua positività a un test anti-doping,  già noi, sulla rete, abbiamo iniziato a sgomitare per cercare la battuta migliore. In poche ore abbiamo rovesciato sul web migliaia di frasi a ritmo che veicolavano l’immagine di Schwazer come drogato cronico.

Ora, a distanza di settimane, su Repubblica compare un video-inchiesta che mette profondamente in discussione quella verità. Salta fuori che probabilmente una forma di potere esigeva, proprio in un suo disegno di potere, che tutti bollassero Schwazer come drogato cronico. Farci vedere Schwazer come un drogato cronico era il modo con cui quel potere esprimeva se stesso in quanto potere.

http://video.repubblica.it/sport/operazione-schwazer-le-trame-dei-signori-del-doping/248406?ref=HRER1-1

Se così fosse, con le nostre battute abbiamo detto quello che il potere voleva che dicessimo. Noi – i libertari, gli anarcoidi, gli spregiudicati – abbiamo appiccicato sulla vittima quelle rappresentazioni tramite le quali il potere intendeva far di lei una vittima sacrificale.

D’accordo, non l’abbiamo fatto per scelta. Dipende da come la satira oggi viene prodotta. Esce la prima soffiata su Schwazer tossico, pochi minuti dopo lui afferma che a Rio ci andrà lo stesso. Noi sentiamo un fulmine nella pancia: quanti secondi abbiamo per essere, proprio noi!, i primi a pubblicare sui social la battuta di Schwazer talmente bombato che, a Rio, ci sta già andando a nuoto?

Sta di fatto che quell’immagine è così nitida da radicarsi immediatamente, e definitivamente, nell’immaginario collettivo. Un potere comunicativo che non avrà mai un’inchiesta che, con la pazienza delle settimane successive, scava in una verità intricata. Insomma: finisce che quel potere ha vinto proprio grazie alla satira. Ovvero: a un’intelligenza che, stupidamente, si è messa a servizio della violenza. A una creatività che, superficialmente, ha servito le intimidazioni e gli interessi del potere.

Prima o poi, amici satiri, dovremmo ammetterlo: questa maniera di far la satira su internet non funziona più. Ci ha liberati all’inizio, ma adesso ci sta portando dove il potere vuole che andiamo. Se avessimo fatto satira così nell’Atene classica, avremmo fatto battute dalle quali Socrate emerge come un empio che corrompe i giovani. Saremmo stati condannati dalla storia come uomini della nostra epoca. Imprigionati in quei luoghi comuni e in quegli inganni. Voci idiote nella fitta sassaiola dell’ingiuria.

Che in effetti è quello che ha fatto Aristofane. Quindi, boh. Forse è giusto così. Forse è proprio la satira che spesso deve far cagare i maiali.

 

 

Io so e ho le prove, ma preferisco la photogallery

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Alla fine degli anni Sessanta, l’Italia era schiacciata dall’attualità. Le bombe sui treni, quelle nelle piazze, i partiti e i movimenti che iniziavano a perdere le coordinate ideologiche di riferimento. Tutto ciò sullo sfondo, paranoico, dei servizi segreti deviati, di un golpe imminente o, forse, di un golpe già avvenuto. E poi i primi sintomi del boom economico: il paesaggio che cambiava, la classe contadina scomparsa, i consumi che disponevano nuovi e inafferrabili modelli di vita. Insomma: l’Italia era cambiata. Si trovava ormai al di là di una cesura storica. Tuttavia questo intreccio di tensioni non riusciva a essere compreso. Il cambiamento guidava, senza poter essere guidato. Plasmava la quotidianità e ogni discorso, senza poter essere plasmato. L’attualità, appunto, era schiacciante.

Chiunque ricorderà gli interventi di Pasolini. Il suo sforzo di una sintesi. Per esempio quell’articolo sul Corriere della Sera, passato alla storia per il “processo al Palazzo”. Pasolini si impegnò in un’impresa titanica: quella di ricondurre la visione dispersiva dell’attualità a una lettura storica. Sintetica, appunto. Si trattava, scriveva, di processare la Democrazia Cristiana. Di formalizzare dei capi d’accusa (che andavano dalla responsabilità nelle stragi, all’intrallazzo con banchieri, mafiosi e servizi segreti stranieri), per vedere la forma del cambiamento (citobrigate rosse: “degradazione antropologica degli italiani (…), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne…”). Quella di Pasolini non era una fame di giustizialismo, ma una precisa volontà di interpretazione, di chiarimento del presente al fine di rielaborarlo e possederlo. Quella cesura storica altro non era che un cambiamento di Potere. E il Processo era un modo per vedere la faccia del Nuovo potere. Un modo come un altro per riordinare i fatti e restituire all’opinione pubblica la comprensione del proprio presente. Cioè, del proprio futuro. Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?”

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Tuttavia, come non ricordare l’immagine di frustrazione con cui Pasolini ci ha lasciati: “io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. La verità che ha imposto quel cambiamento (e che, in questo modo, ha determinato decine di anni di vita quotidiana degli italiani), alla fine, è rimasta nascosta. Soffocata dalle parole scomposte, dai fatti disordinati, dagli articoli disorganizzati e frammentari.

Anche oggi ci sentiamo schiacciati da un’attualità tanto pressante quanto inafferrabile. I golpe, le stragi, i governi alle porte d’Europa che cadono e si riorganizzano su valori che non riusciamo ad afferrare. La paranoia di interventi occidentali occulti altrove, guidati da interessi che ci sfuggono. E quella di manovre terroristiche segrete qui.wash Anche oggi, tutto questo, ci sa di nuovo equilibrio storico, di “qualcosa di grosso” che si sta muovendo e che condizionerà gli anni che abbiamo davanti. Tuttavia, oggi abbiamo gli elementi per un processo (almeno politico e intellettuale) al Palazzo responsabile di questo cambiamento. Mi riferisco alle conclusioni del Rapporto Chilcot. 150 mila documenti analizzati in sette anni e quel “sapere di cui non avevamo le prove” assume una forma. Non la forma definitiva, non il disegno ultimo. Ma almeno c’è un primo accesso a ciò che è avvenuto: la decisione precipitosa del Regno Unito di seguire gli Stati Uniti in una guerra; l’assenza di basi giuridiche ed elementi forti che giustificassero quella guerra e, soprattutto, la presenza di documentazione che forniva tutti gli strumenti per averne la consapevolezza. Il fatto che tutto questo avrebbe minato l’autorevolezza dell’Onu. Infine: la presenza di analisi che rendevano prevedibili nuovi equilibri politici internazionali, fondati su gruppi terroristici, armati dalla  fine dell’esercito iracheno.

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Per citare Pasolini: abbiamo almeno un pezzo di quel che è necessario sapere affinché i prossimi dieci anni della nostra vita non ci siano sottratti, come ci sono stati sottratti i dieci trascorsi. Abbiamo il principio di una sintesi nel marasma di eventi frammentari. Quel potere le cui decisioni escono distrutte dal Rapporto Chilcot è ancora al potere? Gli uomini di quelle decisioni sono gli stessi di oggi? Le visioni politiche di quei mesi sono le stesse di questi nostri mesi?

Ma noi scegliamo di non guardare le carte del Processo. Di non formalizzare nessun capo d’accusa al Palazzo. Gli articoli sul Rapporto Chilcot sono velocemente scomparsi dalle prime pagine dei giornali. E ciò non per un golpe dell’informazione. Ma per disinteresse. Per assenza di click, convogliati tutti sulle photogalleries dei morti. Delle chiazze di sangue sull’asfalto. Dalle biografie commosse delle vittime. Oppure dalle indiscrezioni sulla vita privata degli attentatori, che avevano vite “senza freni”, fatte di alcol, droga, amanti, omosessualità. Lo sforzo apparente è quello di comprendere il presente. Ma nessuno usa i dati del Rapporto Chilcot, al momento unica roccia su cui arrampicarsi per uno sguardo alto sull’attualità. Per una connessione tra gli effetti (i morti ammazzati) e le cause (le responsabilità politiche del Palazzo).

Chi è il responsabile di questa non volontà di sintesi? Il giornalismo, che dà ai suoi lettori urtare.jpgquello che vogliono anche se non è ciò che realmente serve loro? O i lettori, che glielo chiedono? E quali sono le ragioni di questo fatto? Intendo dire: del fatto che alla chiarezza della visione aerea preferiamo l’angoscia dello sguardo frammentario e soffocante. Il naufragio impotente nell’attualità. Il non possesso intellettuale e politico del nostro presente, compensato da immagini potenti con cui saturiamo la nostra informazione. Quali sono le ragioni di questo fatto?

Coincidenze.

i pugnalatori

E’ successo ieri, verso l’inizio della mattinata. Stavo guidando quando, improvvisamente, mi sono trovato a pensare a lui. L’avevo incontrato tre o quattro estati fa, al mare, e, al ritorno, ci eravamo scritti qualche volta. Per quanto poco ci conoscessimo, almeno per un paio di mesi ci eravamo considerati amici. Poi l’avevo completamente rimosso.

Chissà perché m’è tornato in mente?

Ma quel che era veramente frustrante è che non riuscivo a ricordare il suo nome. Mi spremevo le meningi, riuscivo a farmi tornare alla mente la sua voce, il nome della sua ragazza, il fatto che lei fosse di Ravenna e lui di Lugo. Addirittura riuscivo a ricordare la maglietta viola con cui scendeva in spiaggia alla mattina.

Ma, del suo nome, niente.

E sì che per scherzare lo chiamavo con nome e cognome. Secco.  Dicevo: “Deh, Andrea Pradella (nome fittizio, non ricordandomi quello vero), com’è pensare che da dopodomani sarai in ufficio?” E lui si voltava verso la spiaggia, con la pancia ritratta per le onde che lo spruzzavano, e sbuffava: “Elia Rossi, ma tu mi vuoi proprio rovinare gli ultimi giorni?”

Nel corso della giornata mi sono ritrovato a pensarci altre volte. Chissà perché, dopo quattro anni, proprio oggi m’è tornato in mente? E, maledizione, come cavolo si chiamava? Forse Alberto qualcosa.

Va be’, lasciamo perdere. Però, strano.

Poi, ieri sera, mi stavo mettendo a leggere. Ho cercato il libro che avevo interrotto a metà la sera prima, Una stagione selvaggia, di Lansdale. Ma subito mi sono ricordato che l’avevo lasciato in macchina. E non mi andava di uscire a prenderlo. Così ho pensato di pescare qualcosa dalla libreria. Un libro che fosse breve, giusto per riempire la serata e poter ritornare a Lansdale il giorno dopo, senza lasciar nulla in sospeso.

Mi è capitato tra le mani I pugnalatori, di Sciascia. Credo l’avesse comprato mio papà almeno vent’anni fa. Mai aperto in vita mia.  Uno di quei libri che sono sempre stati lì.  Breve, era breve. E poi ho guardato la quarta di copertina: nella notte del 1 ottobre 1862, a Palermo, 13 persone sconosciute tra loro vengono accoltellate in 13 punti diversi della città. Mi ha intrigato, così mi sono messo a leggerlo.

Ero a pagina 17, nel punto in cui Sciascia elenca il nome dei pugnalatori: Angelo d’Angelo, Pasquale Masotto, Gaetano Castelli, Giuseppe Calì, Giuseppe Girone, Antonino Serina e…

E qui mi sono fermato. Come di fronte a un lampo. Ecco, sì: Antonino Serina. Quel ragazzo che avevo conosciuto al mare, quello con la maglia viola e la ragazza di Ravenna, si chiamava proprio Antonino Serina.

Dopo un’intera giornata a scervellarmi, il suo nome mi è giunto su un piatto d’argento. Come un sms da un numero sconosciuto. Anzi: da un cellulare inesistente. Pazzesco, ho pensato. E sono andato avanti a leggere.

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Lettera a Ivan de Grandis sui limiti dello showbiz

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Caro Ivan de Grandis,

alla fine hai sfondato, te ne rendi conto? Sei finito sui giornali nazionali. Applaudito, fischiato, ricercato e respinto. Hai ottenuto l’occhio di bue e il silenzio elettrico: ci senti? Siamo tutti qui ad aspettare la battuta. Daccela. O tra un po’ voleranno i reggiseni e le noccioline. Adesso hai la popolarità di Buonanno, con la differenza che tu non ti sei ancora tolto i pantaloni. Né sei andato in televisione armato. Certo, ora devi conservare il fiato, perché the show must go on ed è un attimo trovarsi soli a constatare il bell’aforisma che il successo è il participio passato di succedere. Ma sappiamo che non sarà così per te: sei arrivato fin qui e hai ancora una camicia che ti copre l’ombelico, nessun pesce morto in mano, né cartonati della tua sagoma sparsi per le strade. Dio sa quanti conigli hai ancora nel cilindro! Dio sa quanto ancora ci farai divertire!

Ivan de Grandis, io sono il tuo primo fan. Adoro la tua generosità sul palco. La santità con cui sacrifichi la tua faccia per saziare la nostra fame di gesta massmediatiche. Novara è malata e tu sei il suo Patch Adams. Le tue performance ci fanno sentire bene. Prendi quelli di noi che si definiscono “di sinistra”. Quando c’era Ballaré eravamo scissi, scomposti, schizofrenici e litigiosi. Eravamo dei superficiali, conformisti e mediocri, con problemi di stima e identità. Ora tu sei passato a trovarci. Hai cantato e ballato fino a farci intravedere la carne sotto alla camicia sudata. E noi ti ringraziamo. Noi adesso stiamo meglio. Ivan de Grandis tu hai messo in moto le nostre endorfine e noi sembriamo più giovani di vent’anni. Ci basta aprire facebook, leggerti e fare la faccia sconvolta, ché già iniziamo a darci pacche sulle spalle tra di noi. Adesso andiamo a dormire sereni, con quella sensazione di identità pulita e intelligente.

Ivan de Grandis io ti voglio bene. Riesco solo a immaginare quanto dev’essere dura fingersi sprezzanti e aggressivi per trasformare l’attenzione degli altri in stimolo a diventare persone migliori. Persone migliori di te, ma in questo modo persone migliori di se stesse prima di conoscerti. Lo ripeto, Ivan de Grandis: c’è qualcosa di santo nella tua generosità. Solo Balotelli deve sapere come ti senti alla sera, quando ti togli il trucco e ti appoggi al lavello per aprire una scatoletta di tonno. Io lo so, che a quel punto chiudi bene le finestre e lasci che la tua anima di colibrì sfarfalli per la stanza. La guardi sorridendo e ti chiedi se non la stai maltrattando troppo. Se la tua missione non sia troppo per quel colibrì ipersensibile che hai nel petto. Sì, solo Balotelli deve sapere come ti senti. O Lino Banfi prima di diventare ambasciatore dell’Unicef. Ma tu non cederai mai alla fragilità di Lino Banfi. A te lo show business non ti comprerà mai con la vanità. Tu metterai sempre le nostre anime prima della tua, Ivan de Grandis. Tu sei altruista. Come Lenny Bruce. O Marilyn Manson.

Tu hai capito che farti odiare dalle persone che si autodefiniscono di buon senso, ragionevoli e progressiste è il modo migliore per stimolare i loro valori. Per andare oltre la patina del politicamente corretto. Di ciò che sembra “buono”, ma è solo “carino”. Guarda cos’hai fatto con la tua ultima performance, quella in cui hai deriso la vittima di una strage terroristica. Hai spinto le persone di buon senso, ragionevoli e progressiste a scrivere all’autorità cittadina, per chiederle di intervenire contro la volgarità e le opinioni offensive e demoniache. Ivan de Grandis tu hai provocato dei progressisti a parlare da conservatori. Li hai fatti precipitare nella guerra e nell’oscenità, per vedere se riuscivano a non perdere l’aplomb di progressisti.

Io lo so, che a te piace Pasolini. Hai applicato il suo principio secondo cui il compito dell’intellettuale è istigare al dissenso da sé. La tua svolta satirica, Ivan de Grandis, è stata geniale. Lo so, i numeri di satira non andrebbero mai spiegati, ma i tuoi sono troppo ricchi per non meritare uno sforzo divulgativo. Come quando ti sei opposto alla richiesta dei musulmani di avere un’area del cimitero. Evitare di seppellire i nemici, Ivan de Grandis! Con il tuo citazionismo hai trasformato Novara in un’agorà e ci hai fatto sentire come Antigone che si oppone a Creonte. O come quando hai fatto scacciare un vucumprà dai vigili e hai posato sulla carcassa delle sue carabattole di disperato come Achab poserebbe sul cadavere di Moby Dick. Il gesto geniale, dissacratore e anti-ideologico, è stato buttarla in politica. Scrivere che quel gesto era un segno del cambiamento di mentalità della nuova amministrazione. Noi del pubblico ci siamo divisi tra chi si esaltava per questo cambiamento politico e chi lo aborriva, rimpiangendo la politica precedente. E tu ridevi sotto ai baffi, Ivan de Grandis, per averci smascherato di nuovo. Per averci messo di fronte al fatto compiuto che tutti confondevamo un’operazione dei vigili urbani con un’espressione del potere politico. Come se non avessi potuto chiamare quei vigili anche prima di essere diventato consigliere. Da cittadino anonimo. Come se i vigili fossero pedine della politica e noi tifosi che a ogni stagione decidono se tifarli in base alla casacca. Ivan de Grandis tu hai denudato la nostra superficialità istituzionale e la nostra tifoseria politica.

La ragione per cui ti scrivo, Ivan de Grandis, è per dirti che adesso cercheranno di rovinarti lo spettacolo. I tuoi detrattori ti misureranno le parole con la ferocia con cui seguono ogni nuova intervista a Fabrizio Corona. Gli amici cercheranno di proteggerti. Ti suggeriranno una saggia auto-censura, spingendoti a scrivere su facebook frasi ragionevoli e intelligenti. Sappi che se cederai alla tentazione dell’intelligenza vedrai l’occhio di bue spostarsi. Lo show tirerà avanti sul numero di qualcun altro, che magari regge in un solo colpo una spigola e una pistola mentre salterella in un mutande.

Lo sai, che quello dello showbiz è un gioco duro. La ragione per cui ti scrivo, Ivan de Grandis, è per dirti che come tuo fan numero uno non ti giudicherò se non reggerai questa durezza. Mi rincuora saperti sul palco. Mi fa sentire bene. Mi piacciono le pacche sulle spalle che ci diamo mentre tu sei solo a scrivere su facebook. Ma so che non posso chiederti un sacrificio così grande. So che anche tu hai voglia di tornare a casa una sera e toglierti il cerone una volta per tutte. Mettere il tonno a sgocciolare nel lavandino e guardare la tua anima di colibrì che vola. Libera, finalmente. Può darsi che a quel punto ti prenderà un po’ di malinconia. Se è troppo forte: chiamami, Ivan. Io sarò lì con te e ti restituirò il sorriso, amico.

Con affetto e stima.